Comunitarismo - Filosofia

Comunitarismo, temi e problemi

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Il termine comunitarismo, come buona parte degli “ismi”, enfatizza la parola che lo produce, ovvero comunità; la sua genesi risale ai primi anni ottanta, e avviene principalmente grazie a due testi rappresentativi: After Virtue di MacIntyre (1981) e Liberalism and the limits of justice di Sandel (1982). E’ più di un mero caso che filosofi analitici e continentali (per quanto possa essere attendibile tale dicotomia) abbiano ripensato le radici dell’essere in comune e – allo stesso tempo – le radici dell’essere come comune, così che ne è nata una risposta potente agli ideali individualistici di derivazione lockeana, dominanti in buona parte del pensiero politico moderno.

Anzitutto si può intuire come le premesse di tale rinascita risiedano in nuce nel “romanticismo politico” tedesco condiviso ad esempio da Schlegel, Schleiermacher e Müller: di contro ad una concezione meccanicistica e atomistica dello Stato, quale quella illuministica post-rivoluzionaria, se ne propugna una che fa dell’organicità e della vitalità i suoi marchi distintivi. In più nel 1887 Gemeinschaft und Gesellschaft di Ferdinand Tönnies stabiliva come due termini fondamentali delle relazioni umane la comunità e la società, con un’evidente preferenza – notata presto dai critici – per la prima, vista quale spazio in cui sorge un modo di sentire comune e reciproco, contrastante con il regno del freddo intelletto e delle relazioni contrattuali della seconda. Ed in effetti è spontaneo pensare che le filosofie della comunità vogliano porre un argine alle teorie del contratto in generale, come espressione della ricerca di regole procedurali universali che astraggono dalle individualità concrete plasmate da tradizioni e narrazioni. Per questo motivo se ne può rintracciare un recente precursore in quella Rehabilitierung der praktischen Philosophie inaugurata nel 1972 da Riedel e discussa, tra gli altri da Ritter, Bubner e Gadamer.

L’obiettivo polemico principale resta comunque il liberalismo, specialmente nella sua formulazione d’ispirazione kantiana (contrattualista) messa a punto da Rawls (Una teoria della giustizia, 1971). Il motivo del contrasto è immediatamente chiaro se si afferrano i presupposti della teoria rawlsiana della società, in cui i princìpi primi vengono scelti da individui posti sotto un velo d’ignoranza (non conoscono, ad esempio, il loro status sociale) e che conducono i loro ragionamenti senza presupporre una determinata concezione del bene. Risulta così una netta priorità del giusto sul bene, sul buono. Il pensiero comunitarista oppone a queste deduzioni diversi argomenti forti; in primo luogo, come già accennato, i soggetti rawlsiani nella posizione originaria di scelta sono inconsistenti, vuoti, pronti a rinunciare a qualunque credenza o fede. Tale alienazione risulta inverosimile se pensiamo che le deliberazioni si giocano sul terreno del carattere (e non sull’io noumenico) di ciascuno quale costitutivo di questo o quell’uomo. Secondariamente è difficile pervenire ad una concezione stabile per cui una società resti indifferente alle molteplici credenze sul bene o sui beni che i suoi componenti posseggono. Rawls ha rivisto le sue posizione stemperando l’esigenza kantiana di fondazionismo per una società regolantesi sul criterio di consenso per intersezione (Liberalismo politico, 1993). I comunitaristi dalla loro propongono il ritorno ad una politica dell’ethos (in parte sul calco della Sittlichkeit hegeliana) e tra questi MacIntyre aspira ad un’etica delle virtù d’impianto aristotelico-tomistico, che rappresenterebbe l’unica alternativa alle derive emotivistiche e relativistiche portate sulla scena della modernità soprattutto da Nietzsche.

La comunità appare come il tessuto imprescindibile di ogni discorso teorico, la sua effettualità storica pone in essere il confronto tra le individualità senza che queste possano prescinderne. Che lo riconosciamo o no – scrive MacIntyre – noi siamo il prodotto del passato, e non possiamo estirpare da noi stessi (…) quelle parti di noi che sono costituite dalla nostra relazione con ciascuna fase formativa della nostra storia. L’importanza di cui è rivestita la tradizione viene talvolta eccessivamente sottolineata, così che non è difficile prevedere alcune rischiose derive ultra-conservatrici: Charles Taylor, ad esempio, ha sostenuto che è necessario anzitutto sostenere le credenze della propria realtà storico-sociale di partenza. Che questo rappresenti un problema è chiaro se si guarda a certe pratiche sociali lesive dei diritti umani più basilari eppure largamente condivise, fra le tante l’infibulazione. E’ pertanto possibile supporre che, fino ad ora, i comunitaristi abbiano mosso forti e consistenti critiche al liberalismo ed al primato del modello economico di razionalità malgrado la loro alternativa resti una proposta ambigua anzitutto sotto un rispetto: quali sono i limiti della tanto agognata comunità? Coincide con la famiglia, lo stato, le associazioni o cos’altro? In seguito a questa impasse ci possono essere due risposte: la prima consiste nel ribadire il valore utopico del pensiero comunitarista, sarà il futuro – si dice – a stabilire la forma della comunità. L’altra risposta, accettata da Sandel, stabilisce il limite della comunità nel republicanism. L’urgenza della proposta in questione mette però in guardia dai rischi di un liberalismo fondato sui diritti anzichè sul bene collettivo (che viene pensato soltanto come accidentale convergenza d’interessi individuali), e di un liberalismo economico pronto ad eclissare qualunque valore altro dalla razionalità economica.

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One comment

  1. L’idea di comunità è molto interessante ed un senso di comunità e amicizia esteso aiuta sicuramente.
    Chiaramente non può avvenire dall’alto e secondo me un aspetto “liberale” come la sfera di libertà personale e in parte del vivi e lascia vivere, andrebbe tutelato. O almeno si dovrebbe assurgere all’idea di non ridurre un individuo ad un solo aspetto saliente della sua diversità, quale sue scelte e orientamenti sessuali, gusti, preferenze, se non messo in relazione, obiettivamente al suo contributo alla comunità. Altrimenti non è un affetto minimamente incondizionato, ma prevede la completa sottomissione dell’individuo ai riti formali della comunità.

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Enrico Donato

Article by: Enrico Donato

Classe 1991, Palermo. Sto scrivendo la mia tesi magistrale in Filosofia presso Università di Pisa. Gestisco farefilosofia.it dal 2012. Vorrei avere più tempo per suonare tanto jazz.

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