Erasmo e Lutero

Erasmo e Lutero sul libero arbitrio. Un’introduzione.

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1. L’inizio del dibattito

Nell’anno 1524, dopo iniziali ammiccamenti da ambo le parti, scoppiò la prima grande disputa di carattere teologico ed esegetico in seno al cristianesimo continentale. I protagonisti furono da un lato Erasmo da Rotterdam, campione del cattolicesimo, e dall’altro Martin Lutero, miccia della riforma protestante. Lo scontro frontale avvenne sul terreno in cui il pensiero cattolico e quello protestante divergevano in maniera più profonda e decisa: il libero arbitrio. Infatti, la scelta di quel soggetto non incarnava solo una valenza per così dire teoretica, ma designava, circoscrivendo o ampliando, l’agire stesso dell’uomo nel cammino verso la sua salvezza.

Nel gioco delle fazioni è possibile rintracciare almeno due maestri a cui i nostri protagonisti si rifecero nella genesi ed elaborazione delle proprie dottrine: Origene ed Agostino. Ma, oltre a tali fonti, per comprendere la reale portata dell’antagonismo tra questi autori ci si deve riferire alla seguente interpretazione ‘teorica’ di fondo: per Erasmo esiste una disarticolazione tra valore e significato della Scrittura, mentre per Lutero, nulla della Scrittura deve essere interpretato, tutto è chiaro e deve essere colto a livello letterale. Infatti, è proprio sul differente senso da attribuire al dettato scritturale che si fonda, principalmente, la divergenza tra Erasmo e Lutero.

2. La posizione di Erasmo

La prima opera pubblicata fu il De libero arbitrio di Erasmo, nella quale viene sostenuto con forza argomentativa e scritturale l’esistenza per l’uomo di un libero arbitrio anche dopo il peccato, e la possibilità stessa di una cooperazione tra l’uomo e la divinità nel progresso verso la salvezza. Pertanto è sulla diade inscindibile tra libertà e cooperazione che si esprime la posizione dell’Olandese, come calco di quella origeniana; tuttavia i rimandi all’Alessandrino non sono riscontrabili solo a livello dottrinale, ma altresì nella forma, in quanto l’opera di Erasmo, anche nota come Diatribé, ripercorre la medesima argomentazione presentata da Origene nella sua opera più nota: il Perì archôn.

La struttura della Diatribé è composta da quattro parti che, ripercorrendo il sentiero tracciato da Origene, sono atte a dimostrare prima concettualmente cosa debba intendersi con ‘libero arbitrio’, poi riproporre i passi favorevoli al libero arbitrio, in seguito quelli contrari, cercando di leggerli in maniera allegorica, ed infine un resoconto di quanto ottenuto e di quanto Erasmo potrebbe ‘concedere’ al suo avversario, quindi un elogio alla moderazione. Da una analisi approfondita del testo risultano evidenti i capisaldi su cui venne a fondarsi il ‘metodo erasmiano’; il quale articolato in due momenti consiste, in primo luogo, in una ricerca non dogmatica1 sul testo sacro e, in secondo, un tentativo di moderazione tra le parti affinché il suo scritto non rappresentasse un manifesto di fazione ma un tentativo di dialogo, insistendo sul concetto di misericordia divina come principale artefice della salvezza umana.

3. La replica di Lutero

La definitiva rottura venne consumata nello stesso anno con la pubblicazione del De servo arbitrio da parte di Lutero, in risposta all’opera di Erasmo. Questo scritto rappresenta e delinea più chiaramente la posizione luterana nei confronti dell’arbitrio, dell’antropologia e della possibile salvezza del cristiano. In una forma speculare alla Diatribé, il De servo arbitrio – più che essere un manuale per l’agire umano in terra nella prospettiva salvezza –  è un trattato su Dio stesso, su ciò che egli ha concesso e su cosa ‘dovrà’ compiere per salvare l’uomo peccatore.

Opera di chiara ispirazione agostiniana, il De servo arbitrio non rappresenta il cosiddetto ‘interlocutore B’ di un dialogo, ma è una risposta chiara e decisa capace di assurgere ad emblema di un fisso e solido sistema teologico. Testo aspro e molto critico nei confronti del De libero arbitrio e della figura stessa di Erasmo, la cui presunta inettitudine ed incapacità di prendere posizione vennero da Lutero assai biasimate ed attaccate, incarna lo stile tipico del Tedesco: analisi letterale del testo sacro e ritorno in ultima istanza di ogni tema rilevante al puro e nudo dettato biblico. Pertanto ogni costrutto ermeneutico di carattere allegorico venne aborrito e giudicato fallace poiché lontano dalla chiarezza – univocità – con cui il Dio si è espresso nelle Scritture. Ovviamente Lutero nella stesura del testo ha utilizzato tutte quelle fonti (in particolare Paolo di Tarso) che, impiegate a un livello letterale corroboravamo la sua posizione (ad es. gli episodi dei vasi e i loro usi, di Esaù e Giacobbe o dell’indurimento del cuore del Faraone); tutti quei versetti che riguardavano un’ipotetica libertà dell’uomo e una sua effettiva possibilità di scelta anche dopo il peccato, invece, venivano considerati come adattamenti meramente umano, quindi fallace, del dettato biblico.

La differenza principale di questo scritto è il ‘tono’ che Lutero utilizza, in quanto egli non usa un procedimento critico, ma, come i classici di letteratura cristiana medievale, mira ad una esplicazione dogmatica del suo pensiero e della sua dottrina; pertanto, opponendo un sistema teologico ad un dialogo, Lutero ha designato la fine stessa del dibattito.

4. Conclusioni

Dopo aver tratteggiato solo i contorni della disputa risulta evidente che tra Erasmo e Lutero vi furono dei dissensi originari – antropologia, ruolo dell’allegoria e le modalità della salvezza – che trascendevano la questione particolare dell’arbitrio, i quali necessitavano di un chiarimento preliminare tra gli autori. Pertanto la discussione su tali premesse non permise che la diatriba fosse effettivamente un dialogo completo, ma solo un ‘dialogo tra sordi’.


Una nuova introduzione al pensiero di Erasmo e Lutero:

Category: Articoli

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Article by: Filippo Ferri

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