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Estetica. La prima definizione

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Baumgarten - Estetica
Baumgarten – Estetica

Dare una definizione globale e totalizzante d’una qualche disciplina è una necessità avvertita da molti filosofi, anche se oggi tale istanza non mette tanto appetito agli esperti di filosofia. Questa abitudine definitoria, che intende fornire una legittimità d’esistenza e un dominio oggettivo alla materia di studio, dev’essere guardata con sospetto soprattutto dall’estetologo (meno che in un contesto didattico o informativo, ovviamente), che si occupa d’una disciplina «nebulosa» senza un «corpo solido chiaramente riconoscibile». Un errore comune è quello di pensare che l’estetica abbia e abbia sempre avuto a che vedere solo col bello e con l’arte, o nel migliore dei casi con l’arte bella; questo è vero entro i limiti d’un periodo storico ben circoscritto ch’è il XIX secolo, per esempio. All’interno dell’estetica si celano discrepanze e ambiguità che —nonostante siano ben note agli specialisti— sono spesso mascherate, e superate da una sorta di consenso corporativo che garantisce e supporta le discussioni, assumendo il fatto estetico come una sorta di dato primitivo. Il labile equilibrio viene spezzato allorché si presenta la domanda fondamentale: qual è l’oggetto dell’estetica? Domanda legittima e doverosa che fa tremare le vene e i polsi all’esperto.

Dire che l’estetica si occupi solo di arte è impreciso, giacché molti fenomeni naturali godono d’un grande apprezzamento estetico. L’oggetto potrebbe essere allora tutto ciò che provoca compiacimento o piacere, quindi un qualunque fatto estetico; ma in questo caso assisteremmo a un trionfo dell’eterogeneità che poco s’addice a un aspetto della filosofia. Prova ne è il fatto che s’è sempre circroscritto il campo di studio dell’estetica, privilegiando certe esperienze ritenute specificamente estetiche; ed è proprio lí, in questa circoscrizione, che la disciplina troverebbe la sua legittimazione; in modo contrario, a differenza del fatto morale che —in modi diversi— è presente in tutte le comunità, il fatto estetico potrebb’essere non costitutivo d’una comunità e del tutto innecessario. Queste difficoltà non devono certo scoraggiare, e meno che mai dissuadere dalla ricerca e dalla discussione sull’estetica: personalmente, credo che un modo per rendersi conto di ciò che s’annida sotto l’estetica è quello di ripercorrerne —per quel che mi compete— la storia della sua nascita.

Mettiamo momentaneamente da parte questi problemi fondamentali, e appoggiamoci al facile ma onesto presupposto che l’estetica sia nata e che sia attiva con un suo campo d’indagine. Che nell’estetica ci sia qualcosa di strano e deviante l’aveva notato Kant, ma, a suo modo, anche Socrate, quando nell’Ippia maggiore (304e) afferma che «difficili sono le cose belle». Parlare di estetica nell’età antica è molto arduo e complicato, desisto dunque dal proposito riservando quest’argomento ai piú impavidi; intendo partire da quando il vocabolo vide la luce accompagnato dalla sua prima definizione piú o meno precisa. Il termine estetica fu foggiato dal filosofo razionalista Alexander Gottlieb Baumgarten in uno scritto intitolato Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinentibus del 1735. Ma l’estetica di cui parla il filosofo non è quella che intendiamo noi oggi —sempre se è possibile che ci sia un intendimento univoco dell’estetica—, si tratta d’una disciplina assai diversa. Si legge nelle Meditationes:

Dunque i νοητά sono da conoscere con la facolta superiore, oggetto della logica, gli αἰσθητά [sono da conoscere con la facoltà inferiore, oggetto] della ἐπιστήμη αἰσθητική ovvero estetica.

Il senso in cui è usato qui il termine estetica è ripreso poi nell’opera emblematica che dà ufficialmente vita a questa disciplina della facoltà inferiore: l’Aesthetica (1750). Com’è evidente il termine non ha strettamente a che fare col bello e con l’arte, sibbene fornisce, perlopiú, un collegamento tra il piano gnoseologico e quello critico-artistico. Nell’opera del 1750, Baumgarten dà una definizione apparentemente perentoria e chiarisce:

L’estetica (teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare in modo bello, arte dell’analogo della ragione) è la scienza della conoscenza sensibile.

Tralasciamo per il momento le espressioni parantetiche —che chiariscono il collegamento succitato— e soffermiamoci sulla definizione principale: l’estetica è la scienza della conoscenza sensibile. La nuova disciplina si occuperà dunque di quelle conoscenze prodotte dai sensi, e sarà la «scienza di conoscere qualcosa in maniera sensibile»1; sarà invece la logica «la scienza che dirige la facoltà conoscitiva superiore nella conoscenza della verità»2, e conosce «qualcosa filosoficamente»3. Nonostante Baumgarten affermi il primato della razionalità, riconosce un ruolo importante alla sensibilità, degna di considerazione filosofica fintantoché «il filosofo è uomo fra gli uomini e non fa bene a ritenere a sé estranea una parte tanto grande della conoscenza umana»4. I sensi procedono in maniera simile —ma non uguale— alla ragione: l’estetica è la sorella minore della logica.

All’interno della parentesi le definizioni si articolano, e la prima e la seconda completano il concetto conferendo all’estetica quella sfumatura che oggi è divenuta costitutiva. Quanto alla teoria delle arti liberali, il filosofo non elenca mai in modo esaustivo queste arti, che s’identificano in parte con le arti belle descritte da Charles Batteaux nel Les Beaux−Arts réduits à una même principe del 1746. La definizione piú appetibile, per i nostri scopi, è senz’altro la terza, che suona arte del pensare in modo bello. Per bellezza Baumgarten intende una sorta di perfezione, non razionale bensí sensibile; l’estetica mira alla conoscenza sensibile perfetta, ma questa perfezione è la bellezza; in questo senso il ponte fra gnoseologia e bellezza è costruito. L’estetica è nata dunque come dottrina della sensibiltà che culmina nella bellezza, saranno poi i filosofi successivi —come spesso accade— a ammantare il termine con la veste artistica che a noi oggi è piú familiare.

1 Cfr A. G. Baumgarten, Meditationes philosophicae de nonnullis ad poema pertinetibus, § 115.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

4 Cfr A. G. Baumgarten, Aesthetica, § 6.

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Article by: Sandro Balletta

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