Georges Bataille

Georges Bataille: un’opera che si fa luogo d’accesso al sacro

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Avvicinandosi all’opera di Georges Bataille si è normalmente presi da un senso di disorientamento, la sua lettura lascia spesso in un leggero stato di insoddisfazione, d’inquietudine; poiché in essa al pensiero non viene offerto nulla che abbia la consistenza sufficiente da essere afferrato. La pagina batailleana è il luogo in cui gli stabili e definiti significati del linguaggio della conoscenza sono sottoposti ad una turbolenza, ad uno squilibrio che incrina i loro limiti rigorosi, che rompe la rigidità immobilizzante della forma, e restituisce il pensiero ad una condizione fluida, indistinta. Il suo operare sembra essere opposto a quello conoscitivo, quest’ultimo, infatti, riconduce l’ignoto al già noto, raccoglie nella staticità della forma definita, la fluidità evanescente ed inafferrabile di ciò che gli sfugge.

Al contrario, la prosa dello scrittore francese procede in senso inverso, in essa la chiarezza e la distinzione del pensare vigile e cosciente vengono inghiottite nell’oscura e indeterminata notte originaria dell’informe, raggiunta attraverso una poetica dell’eccesso; in cui il discorso conoscitivo non è rifiutato a priori ma è assunto senza riserve, con una radicalità nuova, con un rigore spinto al limite del possibile, portato fino in fondo, fino all’eccesso in cui mostra la sua inconsistenza, ed il lettore angosciato assiste al suo crollo rovinoso.

Il Suo è un pensiero in rivolta, un pensiero che è rivolta, sovversione degli schemi d’una ragione paralizzante che, identificando l’altro al sé, cancella ogni possibilità dell’incontro rigenerativo con l’alterità ignota. Un tale pensiero è naturalmente insofferente a qualunque sua ricomprensione all’interno di quadri concettuali consueti e familiari, la quale risulterebbe travisante e riduttiva. È questo l’errore compiuto da Sartre nella sua analisi de “L’esperienza interiore”, come è ben rilevato da Carlo Pasi all’inizio del suo bel saggio “La favola dell’occhio”, dedicato proprio a Georges Bataille:Welcome to EditPad.org – your online plain text editor. Enter or paste your text here. To download and save it, click on the button below.

“Sartre si era ingannato, per primo, nel suo tentativo «intelligente» di lettura (e si trattava dell’Expérience intérieure) che voleva fissare un processo ancora aperto, libero di una libertà scabrosa, entro le maglie di uno schema preordinato. Nasceva l’etichetta riduttiva e sviante del «nouveau mystique», e il resto, la diversità, ciò che si agitava di essenziale e inaudito, veniva ricacciato nella zona dell’abnorme, era «affaire de la psychanalyse». Rifiutandosi di raccogliere l’avvertimento che il testo stesso gli inviava – «je n’aime pas les définition étroites» -, proprio sulle «definizioni strette», Sartre aveva costruito la sua analisi, costringendo così il libero flusso di una ricerca febbrile e magmatica in caselle normative che lo bloccassero in un ordine riconoscibile. La ricerca dell’ignoto veniva ricondotta nell’alveo tranquillizzante del già noto. Sartre aveva preferito mantenersi al di fuori, al di sopra, evitando di farsi trascinare in una caduta vertiginosa”.1

Se non si partecipa al movimento rovinoso del pensiero batailleano, se si pretende di osservarlo, senza seguirlo, rimanendo al riparo da quel precipitare che esso è, si è condannati necessariamente a non comprenderlo. Il discorso che voglia esporre tale pensiero deve contenere in sé una violenza in grado di sovvertire il discorso stesso, deve condividere “il ribaltamento del sapere nel non-sapere, l’affiorare delle crepe, smottamenti, fratture che sottendono la conoscenza, gli squarci improvvisi che si aprono nella tessitura del pensiero creando buche di silenzi, afasie”.2

La sua non è una ricerca che vuole giungere, che termina con il periodo, il saggio o l’insieme della sua opera, sfociando in un luogo d’arresto, sia pure provvisorio. Essa risulta costitutivamente estranea ad ogni tipo di chiusura, a qualsiasi risoluzione dia il senso tranquillizzante del blocco del movimento vorticoso in cui tutto è messo in discussione. Il momento negativo, distruttivo, non è preparatorio ad una nuova affermazione, non è la dissoluzione necessaria alla formazione di nuove compatte concrezioni, non si conclude in uno sgorgo che ne definisce il senso, ma rimane aperto a quell’abisso vertiginoso che ha spalancato. La sua negazione vuole differenziarsi nettamente dalla negazione determinata hegeliana. Nel movimento dialettico la negazione è ricompresa all’interno della logica del senso, attraverso la sua limitazione a momento necessario alla successiva riaffermazione. In questo modo il negativo è subito ricompreso nel positivo, la minaccia della morte e del nulla sembra vinta, ma in verità è semplicemente evitata. È questa la linea centrale su cui Bataille conduce il suo confronto con l’autore della Fenomenologia dello spirito. Nel sistema dialettico egli vede la vittoria dell’angoscia di fronte alla morte, che costringe l’uomo a fuggirla, a disconoscerla, ricomprendendola in un sistema in cui è ridotta a funzione del momento positivo dell’affermazione. Il negativo, la morte, la perdita, sono recuperati totalmente come lavoro che permette la formazione della figura successiva, la quale costituisce il loro senso; così quella rottura, quella soglia oltre la quale la ragione discorsiva non può spingersi senza collassare, è divenuta un passaggio rischiarato totalmente dal risultato, che le dona la sua ragion d’essere. È questa la debolezza che Bataille imputa al pensiero hegeliano, quella di aver scorto la necessità di un pensiero che avesse la forza di confrontarsi con la realtà del negativo, senza aver avuto poi la forza di perseguire rigorosamente i suoi propositi, costruendo un sistema in cui la morte è addomesticata e ridotta a serva della vita.

Al contrario Bataille aspira ad un pensiero che sia all’altezza della morte nella sua abissalità, che si confronti con il suo essere in sé, accogliendola come realtà indipendente; senza rinviarla a qualcosa che sia altro da essa, riducendola così alla condizione servile di un’azione volta a…, e di per sé vuota, il cui unico contenuto è quello ricevuto da ciò che se ne differenzia. In questa riduzione dell’operazione del negativo a lavoro produttore della forma che ne segue, la lacerazione e l’apertura generatesi nel momento della dissoluzione, della rottura della forma sono subito richiuse, o meglio, ad esse non è data la possibilità di aprirsi. Così il discorso è salvo, la sua continuità non è interrotta da vuoti in cui è sospeso, ha domato e ricompreso in sé quel turbine in cui affondava, quella turbolenza che lo sbriciolava; subordinandola ha potuto abbracciarla, ma in un abbraccio mortale in cui essa soffoca e scompare. Bataille, invece, fa di quell’apertura senza chiusura possibile, di quella ferita senza la prospettiva della futura rimarginazione, l’impossibile fine del suo pensiero. Così il disfacimento, la distruzione assumono una portata generatrice, non in quanto necessarie premesse della successiva riaffermazione della forma, ma in se stesse, come creatrici di uno spazio nuovo, non più stretto negli angusti limiti del discorso sensato, non più vincolato dalla temporalità necessaria alla concatenazione logica, ma libero nella sovranità dell’istante. La sua letteratura si fa luogo di realizzazione dell’aspirazione religiosa dell’uomo, l’opera diviene l’altare sul quale una messa a morte spettacolare permette l’ingresso nella sfera del sacro. È qui che risiede il carattere ambiguo della sua opera, poiché è il linguaggio stesso ad essere la vittima del sacrificio, è la sua morte che è contemplata dal lettore, il quale si trova davanti a un linguaggio perverso, che rincorre in una spirale vertiginosa la propria cessazione.

“Della poesia dirò ora che essa è, credo, il sacrificio in cui le parole sono vittime. Le parole, le utilizziamo, ne facciamo gli strumenti di atti utili. Non avremmo nulla di umano se il linguaggio in noi dovesse essere interamente servile. Non possiamo neppure fare a meno dei rapporti efficaci che le parole introducono tra gli uomini e le cose. Ma le strappiamo a questi rapporti in un delirio.”3

In questa notte del discorso, l’io definito e coerente della coscienza si smarrisce, l’individualità permanente e fissa dell’astrazione linguistica è rifratta in un mosaico di riflessi irregolari, si è protagonisti passivi di un naufragio:

”L’esigenza di Bataille fu quella di esplorare zone sempre più scoscese dell’essere, di procedere a rischiose incursioni nell’ignoto. Da qui una nuova strategia espressiva, che, superando i territori conosciuti, irrompesse nella notte umana, in ciò che ci fonda e ci estromette, sottraendoci a noi stessi. Per lasciare i percorsi già tracciati e affrontare il salto nel buio occorreva rompere con il predominio del discorso (il regno del padre) che è il controllo di una ragione sempre vigile. In una sorta di passività fluttuante (di segno femminile), di silenzio, in cui si spegne l’occhio della coscienza e si estingue il potere della parola, si può lacerare finalmente la gabbia di un io sempre identico a se stesso, sprigionare parti segrete, inespresse. È allora che inizia la deriva, quello scacco progressivo dell’identità conchiusa che s’apre all’altro, alla differenza.”4

Il sacrificio che si compie è quello dell’individualità separata. Solamente nella rottura dei confini che mi definiscono quale l’io affidabile al discorso, posso vincere l’isolamento a cui mi condanna la chiarezza dell’intelletto, e aprirmi alla comunicazione nella perdita, unica alternativa alla stagnante e ripetitiva esistenza dell’essere distinto. Questa lacerazione è possibile solo nella violenza del desiderio, ed irraggiungibile nell’espressione calma della ragione.

“Alla velocità, Bataille aggiungeva la violenza di una recisione crudele delle voci di sempre che convogliano idee rimasticate, per aprirsi, nella ferita, alla comunicazione in cui il soggetto si trasfonde nell’oggetto e ne esce alterato. Si trattava cioè di organizzare uno spazio sacro in cui, in una dinamica trasferenziale, si operasse l’intensificazione dei processi della psiche, la «drammatizzazione» capace di orchestrare sconvolti scenari fantastici.”5

Questa violenza liberatrice, nella quale l’uomo si scrolla di dosso il giogo di una ragione immobilizzante ed entra in contatto con le correnti rigeneratrici estromesse dal mondo razionale, è quella che egli vede scatenarsi negli eccessi e nell’euforia della festa, contrapposta all’autocontrollo e alla ragionevolezza della condotta normale del momento lavorativo. La logica che spinge l’uomo a limitare il suo essere presente, regolandolo sul calcolo delle sue conseguenze a venire, che presiede al momento lavorativo, è poi “sacrificata” nella vanità della festa religiosa che comanda il dispendio improduttivo, che restituisce l’uomo alla libertà sovrana dell’istante. Questo dispendio che comincia lì dove la parola non può arrivare, questo principio che introduce nella sfera dove il pensiero può giungere solo nel suo naufragio, è ciò che Bataille indica con il termine dèpense. La sua natura irriducibile a qualunque definizione chiusa, la sua inafferrabilità in un pensiero che vorrebbe trattenere e conservare ciò che per essenza è uno scivolar via, un consumo puro che si perde nel nulla, senza lasciare resti nei quali afferrarlo, rende la nozione di dépense la migliore per restituire in tutta la sua profondità, un pensiero che fa del paradosso e dell’aporia, non il punto marginale e periferico dove il pensiero raziocinante giunge quasi per momentanea debolezza, ma il suo punto di partenza. Un pensiero che guarda verso l’oscurità dove gli oggetti definiti della coscienza chiara e distinta iniziano a svanire e a confondersi, che scrive il silenzio che il discorso non può dire senza contraddirsi.

1 Carlo Pasi, La favola dell’occhio, Shakespeare and Company, Napoli, p.11

2 Ivi, p.12

3G. Bataille, L’esperienza interiore, tr.it. Dedalo libri, Bari, 1978, p.210

4 Carlo Pasi, La favola dell’occhio, Shakespeare and Company, Napoli, p.11

5Ivi p.22

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Article by: Domenico Monaldi

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