Nietzsche - finalismo

La natura non fa nulla invano: il finalismo nel giovane Nietzsche

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Una delle questioni capitali che attraversa la tradizione occidentale risiede indubbiamente nel quesito sull’esistenza o sull’assenza di una conformità a fini in natura. La questione è nota anche come teleologia (dal greco τέλος, fine, e λόγος, discorso), ovvero un discorso sui fini, gli scopi (della natura). La riflessione del giovane Nietzsche rimane legata in maniera ineliminabile a questa problematica; nella fattispecie Nietzsche in due testi complementari ma non del tutto assimilabili fra di loro, quali “la teleologia a partire da Kant” (1867-69) e “Su verità e menzogna in senso extramorale” (1870-73), contunde con colpi serrati il nemico antropomorfico dell’uomo: la tendenza a leggere la natura secondo una presunta conformità a scopi. Il percorso nietzscheano rispetto alla riflessione sul finalismo è complesso, ma si può sicuramente individuare un rapporto interessante confrontando i testi sopracitati: di fatto la distanza fra  essi è netta, seppure il filo rosso che li unisce, ovvero una recisa critica al finalismo, sia chiaro.

Se da una parte, nella “teleologia a partire da Kant”, è ravvisabile uno stile lapidario nella forma di annotazioni icastiche, dall’altra, in “verità e menzogna in senso extramorale” il tono si condensa nel più tipico stile nietzscheano, affrescato di parole e immagini poetiche. L’assunto fondamentale di entrambi i testi risiede nel fatto che la finalità da un lato, e la verità dall’altro, siano unicamente costruzioni antropomorfiche, giudizi riflettenti posti dal nostro intelletto sugli enti, dunque illazioni fittizie. Pensare i corpi come organizzati secondo il concetto di fine, scrive Nietzsche, è una costrizione, un artificio del pensiero che procede di pari passo con l’ottimismo teoretico, con la possibilità di collegare la finalità ad una realtà altra, secondo una canonica scala di perfezioni, che trovi la sua destinazione finale in Dio.

Nietzsche Pop ArtNon vi è un fine razionale alla base degli organismi, al contrario l’unico principio naturale degno di essere chiamato tale è il caos. Parimenti il concetto di finalità ha senso solo nella misura in cui gli si conferisce una valenza tautologica, ovvero se lo si intende entro una logica di autoconservazione immanente alla vita, della vita stessa. In altre parole Nietzsche riflette sulla su una strada alternativa al finalismo che nella teleologia denomina come “possibilità coordinata”, ovvero la possibilità di intendere la natura così come essa ci si presenta, non come riferita ad un mondo altro o ad entità sovrasensibili, bensì fedele a sé stessa e alla propria capacità di perpetuare la vita in quanto tale.

Di fatto Nietzsche decostruisce dalle fondamenta la nozione di finalismo, proponendo un’equazione fra finalità e conservazione della vita che dal concetto di finalità in senso tradizionale, mutua ben poco. Allo stesso modo egli sottopone a critica serrata ulteriori concetti legati al finalismo: la nozione di individuo, di organismo, di forma. In “Verità e menzogna in senso extramorale” la concezione nietzscheana si sposta dall’ambito naturale ad una riflessione sulla verità e il suo correlato antitetico, la menzogna. Il testo si apre con la  “favola della conoscenza”: un momento tracotante e menzognero nel quale l’uomo si crede il centro dell’universo in quanto dotato di intelligenza e capace di dare corpo alla nozione di verità, ma in realtà è unicamente un fugace animale, la cui destinazione  è il nulla, e non il sovrasensibile kantiano. Il testo si fonda su una cupa intuizione nichilistica di matrice goethiana-humeana: tutto è arbitrario, misero, spettrale, fugace, privo di scopo. In questo contesto, l’uomo, a causa della sua facoltà conoscitiva, si domina con l’aiuto di concetti, dissimula, opera trasposizioni arbitrarie e unilaterali, sino a che blocca il flusso del divenire in fredde astrazioni che ottenebrano il ruolo dell’esperienza primitiva: cadono le differenze individuali delle singole percezioni, si approda invece al gelo del concetto, della verità e, per contro, della menzogna.

Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata…Il mio genio è nelle mie narici…

(Ecce homo, §1)

La verità per Nietzsche non è altro che “un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, una somma di relazioni umane potenziate poeticamente e retoricamente, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete”. Come l’astrologo considera le stelle di servizio dell’uomo, così l’uomo considera il mondo come un suo riflesso.

L’indagatore della “verità” cerca l’assimilazione delle singole percezioni nel concetto e finisce per prendere le metafore per le cose stesse, quando di fatto fra il soggetto (l’uomo) e l’oggetto (il reale) non c’è una trasposizione esatta concettualmente, quanto piuttosto, un balbettio di somiglianza estetica. Con i dovuti caveat si può dire che per Nietzsche la “vera verità” ha luogo nell’arte che recide e fa esplodere dall’interno la perfetta (e presunta) coincidenza fra il concetto e la realtà. Talvolta, tramite l’arte, l’uomo è ridestato dal sogno e crede di essere sveglio, ma più solitamente egli si arrocca nell’inganno del rapsodo che presenta come verità favole epiche. Così l’intelletto celebra i suoi Saturnali.

 

Category: Articoli

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Article by: Silvia Zanelli

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