il pensiero dei sofisti

Il pensiero dei sofisti

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0. Introduzione

Nel mezzo delle complesse vicende politiche di Atene nel corso del V sec, videro la luce nuovi fenomeni quali la storiografia, il teatro comico e tragico e in modo particolare la sofistica, una disciplina destinata a confrontarsi (e scontrarsi) con la filosofia per molto tempo. Il termine “sofista” letteralmente significa “colui che si occupa di tutto lo scibile” ed è sua caratteristica fondamentale il saper trasmettere tale conoscenza enciclopedica. 

Pertanto si propone come precettore al servizio delle famiglie ateniesi più ricche ed influenti, fornendo le competenze necessarie ai giovani rampolli per le loro future carriere giuridiche e politiche. Già qui si può notare un primo aspetto controverso, una delle varie “macchie” su cui tutta la tradizione filosofica a partire da Platone e Aristotele fino al Novecento costruirà uno stereotipo negativo del sofista: un educatore provvisto di conoscenze sì varie ma superficiali e interessato al profitto.

1. Discorso e persuasione

Immaginiamo un ring. In quest’angolo abbiamo Socrate, prototipo del filosofo che mira alla verità per amore della verità stessa, mosso da un desiderio che non sarà mai appagato; nell’angolo opposto, un individuo pronto a rivendere il suo presunto sapere per il giusto prezzo.

Ma nello specifico, quali sono le materie che insegna? Principalmente dialettica e retorica, seguite da aritmetica, geometria,musica e astronomia: le basi per un cittadino completo. Le prime due (il cuore della sofistica) concorrono nel forgiare comunicatori abili, in grado di fortificare e abbellire le proprie tesi. Ciò implica che, oltre al lessico, anche la presenza scenica dell’oratore, la gestualità, il tono e il calibrato uso di espressioni figurate, sono fattori indispensabili per affascinare l’uditorio e quindi per convincerlo. Questa sorta di venerazione della parola e delle sue molteplici combinazioni non è mai stata ben vista dai filosofi tradizionali, coloro che vedono nella sofistica un doppio deforme della “buona” filosofia. Infatti, il sofista sembra puntare più alla persuasione che non al contenuto del discorso: al pari di un prestigiatore, egli architetta efficaci menzogne per strappare applausi.

Prima di soffermarci sui principali sofisti, è opportuno in qualche modo smussare l’idea negativa che aleggia su di loro. Consideriamo innanzitutto il fatto che gran parte dell’opinione pubblica antica non distingueva tra sofisti e filosofi, anzi li riteneva entrambi (compresi i cosiddetti “presocratici“) categorie come potenziali sovvertitori di tutto ciò che apparteneva alla tradizione. Ed è giusto riconoscere anche ai sofisti questo merito.

Essi hanno aperto la strada per un approccio “sociologico” del sapere: i condizionamenti sociali, storici e culturali sono decisivi per la nascita delle norme.

Ai valori sacri, cioè assoluti ed eterni, subentrano valori condivisi da una certa comunità. Non esiste più una visione armonica di ragione e realtà, bensì un linguaggio che dà accesso a più visioni, che plasma altre realtà. Da qui provengono contributi importanti nel campo della moderna filosofia del linguaggio, nella politica, nell’etica e nella teoria della conoscenza.

Vediamo ora il pensiero dei sofisti più da vicino.

2. La ‘prima generazione’ di sofisti

2.1 Protagora

Uomo vicino al partito democratico ateniese, si deve a lui l’espressione

L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono come sono, di quelle che non sono come non sono.

Significa che non possiamo entrare in contatto con nessuna verità superiore a quella dell’uomo che sottopone a giudizio le cose manifeste. Nessuna legge naturale può distinguere il bene dal male, o il vero dal falso, perché sono cose che noi distinguiamo in quanto individui inseriti in un certo contesto morale, storico,politico ecc… Il criterio di maggior intesa fra gli uomini è l’utilità, pertanto è il più adeguato per governare. Compito del sofista è promuovere i valori più utili per la collettività. Pertanto, Protagora si fa portavoce di un relativismo culturale innocuo, teso alla vita pratica e non alla negazione di ogni conoscenza. Infatti, anche sul piano religioso, preferisce mantenere un cauto agnosticismo: gli dei sono realtà troppo lontane per poterne discutere.

Sul piano etico e politico, egli ritiene che la virtù (indicata col termine greco aretè, cioè “capacità di fare in modo buono”) sia insegnabile a tutti, poiché tutti hanno una predisposizione naturale ad acquisirla. Partendo della doti minime di pudore e giustizia, l’uomo cresce e assimila già spontaneamente i valori della comunità. La vita buona è quindi realizzazione di valori utili, nel privato e nel pubblico.

2.2 Gorgia

Egli estremizza il relativismo protagoreo e se ne serve per imbastire una polemica contro l’Essere di Parmenide. Ogni cosa può essere soggetta a molteplici discorsi; quindi può assumere predicati contradditori ma equivalenti, per quel che ne sappiamo. Ma in tal modo non può esistere nulla di qualificabile come ente stabile. In una testo più tardo (dal titolo De Melisso Xenophane Gorgia) si legge che

Gorgia dice che niente è, e se è, è inconoscibile, e anche se è conoscibile, tuttavia non si può mostrare ad altri.

Pensiero ed Essere non si riflettono più reciprocamente, ma rivelano una frattura che nemmeno il linguaggio può sanare. Le parole designano cose, ma sono sganciate dalle cose. Da ciò deriva l’esaltazione del linguaggio in quanto gioco, dove Gorgia sottolinea il potere seducente della parola che si insinua nell’uditorio e lo persuade.

In un’ottica esistenziale, Gorgia tratteggia un uomo in balia di forze incontrollabili e senza punti di riferimento che diano un senso oggettivo alla vita.

3. La ‘seconda stagione’

3.1 Trasimaco

Come Protagora, sostituisce il criterio di vero con quello dell’utile. Tuttavia, egli non ammette l’esistenza di un utile generale, nemmeno in un dato contesto sociale. Infatti è l’utile personale il movente di ogni azione, il che significa che individui diversi, appartenenti a ceti diversi, pur nella stessa città, non troveranno mai modo di giustificare un criterio valido per tutti. L’unica utilità socialmente riconosciuta è la giustizia, che altro non è che l’utilità perseguita da chi comanda. La giustizia è “un bene d’altri” (Platone, Repubblica 343c). A livello religioso, Trasimaco non crede che gli dei si occupino delle vicende umane, constatando il grande numero di ingiustizie terrene.

3.2 Antifonte

Secondo Antifonte lo stato di natura è una condizione di guerra di tutti contro tutti, dove gli uomini sono mossi dai medesimi desideri primitivi e nessuna convenzione potrebbe reprimerli. Una società fondata su valori razionali condivisi è un’illusione: l’uomo è un’entità amorale e l’unica utilità che ammette coincide con la soddisfazione di desideri egoistici (nuove catene che si sostituiscono a quelle degli dei e del fato). In società, il criterio dell’utile è solo una maschera per consentire la competizione tra i cittadini in una corsa che non mira ad un Bene comune.

3.3 Callicle

Concepisce una divisione naturale tra uomini forti, coloro che si lasciano guidare dai propri impulsi senza scrupoli morali, e deboli, che ostacolano il desiderio con la ragione.

Platone, nel Gorgia (483c-d) presenta così la sua tesi:

La natura stessa rivela che è giusto che il migliore abbia più del più debole, e il più forte più del meno forte.

Secondo Callicle la figura etico-politica ideale è il tiranno. 

4. Risorse per approfondire

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Article by: Luca Volpi

Nato il 4/12/92, vivo a Capriolo, ridente (?) paese della provincia di Brescia. Ho studiato filosofia a Milano nella speranza di percorrere le orme dei grandi, da Platone a Kant, passando per Nietzsche fino alla D'Urso. No in realtà vorrei semplicemente guadagnarmi da vivere scrivendo, uno dei tanti che nutrono ancora fiducia nel valore della cultura. Filosoficamente oscillo tra la prospettiva del "tutto è uno schifo" e del " non è così male"

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