Enrico Berti - Filosofo

Intervista a Enrico Berti

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Le fortune non capitano sempre agli altri. Oggi è capitato a noi di poter intervistare Enrico Berti, eccellente filosofo e storico della filosofia. La sua ricerca s’è concentrata sulla filosofia di antica (ad es. nel suo recente In principio era la meraviglia), mantenendo sempre un ponte di collegamento con la filosofia contemporanea (si veda ad esempio il suo Aristotele nel Novecento, che tratta – fra gli altri – di Austin, Ryle, Brentano, Heidegger). Iniziamo!

 

1. Quali sono le esigenze profonde che si possono trovare dietro alla querelle analitici/continentali?

Penso che la querelle sia stata un tentativo di abbracciare con un unico sguardo la situazione complessiva della filosofia nel mondo, classificando – con un criterio improprio, ma efficace – le diverse posizioni. Inoltre tale querelle è stata anche un tentativo di giustificare, da parte dei rispettivi interlocutori, i propri modi diversi di fare filosofia, più “professionale” quello degli analitici, più “esistenziale” quello dei continentali.

 

2. Cosa possono imparare gli uni dagli altri?

I continentali devono imparare dagli analitici l’importanza della logica, cioè della necessità di argomentare, e di argomentare correttamente; e poi soprattutto l’importanza della scienza, della quale la filosofia deve assolutamente tenere conto, per non essere ingenua e anacronistica. Gli analitici devono imparare dai continentali che ci sono problemi di importanza vitale, come il dolore, la morte, il senso dell’esistenza, che la scienza non può risolvere e di cui deve occuparsi la filosofia; e poi devono imparare l’importanza della storia, ignorando la quale si resta come bambini.

 

3. Che ruolo gioca lo studio della storia della filosofia nella formazione di un buon filosofo?

Un ruolo fondamentale, per conoscere che cosa hanno pensato gli altri, il che può essere utile anche a ciascuno di noi, e per evitare di commettere gli errori in cui sono caduti gli altri. Un ruolo minore che la storia della filosofia può svolgere è quello di scoraggiare gli aspiranti filosofi dal voler creare nuovi sistemi, scoprendo a volte “l’acqua calda”.

 

4. Parliamo di Aristotele: qual è il nucleo teorico della sua metafisica che reputa più originale? Perché?

Il nucleo più originale, e importante, della metafisica di Aristotele è, come riteneva lui stesso, la dottrina delle quattro cause, cioè la scoperta che ci sono modi diversi di risolvere i problemi, aspetti diversi della realtà che richiedono spiegazioni diverse. Fondamentale è la distinzione tra materia e forma, e la dimostrazione che la forma non è trascendente, come pensava Platone, ma immanente. Oggi non tutti hanno capito che cos’è la forma, forse lo hanno capito solo alcune scienze, come la fisica e la chimica. Altrettanto importante è la scoperta, anticipata peraltro da Platone, che la realtà non è soltanto quella sensibile, cioè che esiste necessariamente qualcosa di trascendente, che però non è un mondo di Idee, come pensava Platone, bensì una causa efficiente, anzi un principio personale.

 

5. E per quanto concerne la filosofia pratica?

Il nucleo teorico più importante, se non più originale, della filosofia pratica di Aristotele, è l’unità di etica e politica, cioè di bene individuale e bene comune; quello più originale è, in etica, la concezione della felicità come piena realizzazione di tutte le capacità umane, e in politica il concetto di polis come società di liberi ed uguali, impegnati tutti nelle realizzazione del bene comune. Ovviamente i condizionamenti storici (schiavitù, maschilismo) non sono imputabili ad Aristotele, ma per capirlo bisogna conoscere la storia.

 

6. Lei ha scritto un volume sulla presenza di Aristotele nel novecento. Ci può dire della sua influenza nel nostro (ancor giovane) secolo?

L’influenza di Aristotele nel nostro secolo è la continuazione di quella esercitata nel secolo precedente, come dimostra, ad esempio, un volume pubblicato nel 2012 da Cambridge University Press dal titolo Contemporary Aristotelian Metaphysics. Tale influenza va dalla logica (dottrina delle categorie, analisi del discorso, quadrato delle opposizioni, principio di non contraddizione) alla filosofia della natura (scoperta del codice genetico nelle opere di biologia, vedi gli studi del genetista M. Delbrück), alla metafisica (multivocità dell’essere), all’etica e politica (la cosiddetta «etica delle virtù”), alla retorica (vedi la dialettica e la nuova retorica) e alla poetica.

 

7. L’economista Amartya Sen, rifacendosi all’Etica Nicomachea, ha sostenuto la necessità di un saldo connubio tra etica ed economia. È d’accordo?

Ovviamente sì, ma non sono un economista, perciò mi fido della competenza di Sen. Questi ha mostrato non solo che l’economia ha un rilievo per l’etica (il che è sotto gli occhi di tutti, specialmente di fronte alle catastrofi economiche dell’Africa), ma anche che l’etica giova all’economia, cioè che uno sviluppo sfrenato e sregolato dell’economia porta a disastri anche dal punto di vista economico. L’Etica Nicomachea è stata fatta scoprire a Sen da Martha Nussbaum, studiosa di Aristotele, e Sen vi si è riconosciuto, specialmente nel concetto di felicità come sviluppo delle capacità.

Grazie al professor Enrico Berti, alla prossima intervista su Fare Filosofia! 

Category: Interviste

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Enrico Donato

Article by: Enrico Donato

Classe 1991, Palermo. Sto scrivendo la mia tesi magistrale in Filosofia presso Università di Pisa. Gestisco farefilosofia.it dal 2012. Vorrei avere più tempo per suonare tanto jazz.

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