Francesco Orilia

Intervista a Francesco Orilia

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Abbiamo intervistato il filosofo italiano Francesco Orilia, docente di Filosofia del Linguaggio all’Università di Macerata. Negli ultimi anni s’è occupato d’ontologia di stampo analitico e metafisica del tempo, perciò l’intervista (assai generosa in lunghezza e qualità delle risposte!) si concentrerà su questi due punti. Cominciamo.

Supponi di dover stilare un catalogo di ciò che esiste: cosa metteresti dentro?

Partiamo dalla considerazione che possiamo usare parole come “oggetto”, “cosa”, “ente”, “entità”, in modo assolutamente generale e quindi in prima battuta direi che nel catalogo, nel cosiddetto inventario ontologico, ci metterei ogni cosa, ossia tutto, come ha detto Quine. In altri termini ritengo che ci sia un genere sommo che raggruppa tutti gli enti e di conseguenza un dominio di discorso sul quale spaziano i quantificatori con variabili non ristrette. Quindi direi che, per ogni x, x è un ente e che, equivalentemente, non si dà il caso che, per qualche x, x non è un ente. All’interno del sommo genere, la prima e principale suddivisione che sottolineerei è quella tra enti attribuibili o predicabili, proprietà o relazioni, ed enti ai quali sono attribuibili proprietà o relazioni, tra i quali vi sono gli stessi enti predicabili, ma vi sono anche enti non predicabili, spesso chiamati “individui”, “particolari” oppure, in un uso più specifico di questo termine, oggetti (continuerò a usare “oggetto” in questo senso ristretto).

Questo modo di vedere le cose non è scontato. Per esempio, se accettiamo la teoria dei tipi di Russell in risposta ai paradossi logici, non possiamo ammettere un unico dominio di quantificazione all’interno del quale troviamo sia oggetti che predicabili. Per come è normalmente interpretata questa teoria, non ci sono gli enti in generale, ma quelli di tipo 0, gli individui, raggruppati in un primo dominio basilare di quantificazione; poi gli enti di tipo 1, le proprietà e relazioni di individui, raggruppati in un secondo dominio, poi gli enti di tipo 2, le proprietà e relazioni di proprietà e relazioni di individui, e così via. Ma ritengo che questa posizione sia insostenibile, si confuta da sola nel senso che nel momento in cui cerchiamo di esprimerla, già la rinneghiamo, come ha sostenuto per esempio Fitch. Se diciamo che non ci sono enti che non appartengono ad un qualche tipo logico o che non ha senso affermare che x è identico, o che non è identico, a P, perché x è del tipo 0 e P del tipo 1, stiamo di fatto quantificando su tutti gli enti in generale. Quindi, fin dalla mia tesi di dottorato ho cercato di fare i conti con il paradosso di Russell, e problemi analoghi, senza assumere la teoria dei tipi. In alcuni periodi ho lavorato intensamente a questo problema sperando di trovare nella letteratura già esistente o attraverso le mie riflessioni una soluzione ideale, ma ormai da diversi anni dispero che si possa trovare questa soluzione e ho cercato di elaborare dei modi per convivere, per così dire, coi paradossi pur senza avere in mano questa soluzione ideale.

Ma torniamo alla domanda. Penso che le proprietà e le relazioni vadano intese come universali e non come particolari, come sostengono i difensori dei cosiddetti tropi, e quindi nel mio catalogo ci sono gli universali, che intendo in senso platonico, cioè ammetto che possano esistere anche non pensati da alcuna mente e non esemplificati da alcunché, quindi per esempio ritengo che esistano proprietà e relazioni alle quali nessuno ha mai pensato e che per esempio esista (e che esisteva anche prima che qualcuno ci pensasse) la proprietà di viaggiare ad una velocità superiore a quella della luce anche se, per quanto ne sappiamo, nessun ente abbia questa proprietà. Inoltre, da quando ho letto Quality and Concept (1982) di George Bealer, ho ritenuto opportuno distinguere tra proprietà e relazioni intese come concetti (Bealer dice “proprietà e relazioni di tipo I”) e proprietà e relazioni intese come universali alla Armstrong (Bealer dice “proprietà e relazioni di tipo II”). Il risultato dell’attribuzione di una proprietà di tipo I ad un ente è una proposizione, un possibile oggetto di credenza o significato di enunciato, mentre l’esemplificazione di una proprietà di tipo II da parte di un ente è uno stato di cose (analogamente per le relazioni, ma sorvoliamo per semplicità).

Quindi nel mio inventario ontologico ci sono anche le proposizioni, che concepisco anch’esse in senso platonico (esistono anche se nessuno le pensa o esprime) e gli stati di cose, che esistono soltanto quando una proprietà è effettivamente esemplificata; in altri termini non accetto stati di cose non sussistenti, come sembra fare Wittgenstein nel Tractatus. Le proposizioni vere, quanto meno quelle elementari o atomiche, sono rese vere da corrispondenti stati di cose, i loro fattori di verità. Quando invece una proposizione è falsa, non c’è uno stato di cose che la rende vera. Punto; non è necessario dire che c’è uno stato di cose non sussistente al quale tale proposizione corrisponde. Oltre che distinguere tra enti predicabili può essere opportuno distinguere tra enti astratti e concreti, ma non è una distinzione facile da fare e me la caverò dicendo che i secondi tipicamente sono nello spazio e offrendo poi alcuni esempi paradigmatici: le proprietà, le relazioni, le proposizioni, i numeri sono astratti, mentre sono concreti gli oggetti ordinari, noi stessi e quelli che ci circondano, cani, gatti, piante, sedie, sassi, nonché gli oggetti individuati o postulati dalle scienze, elettroni, protoni, atomi, molecole. Tra le cose concrete ovviamente dal nostro punto di vista noi abbiamo un posto privilegiato, siamo persone, siamo dotati di proprietà mentali, di coscienza e di autocoscienza.

Prima di dire qualcosa in più sugli oggetti concreti, vorrei precisare che molti oggetti astratti li identificherei in ultima analisi con proprietà e relazioni, oppure di certi supposti oggetti astratti direi che non esistono perché non c’è motivo di postularli, visto che possiamo appellarci alle proprietà e alle relazioni piuttosto che ad essi. Per esempio, gli oggetti fittizi, Pinocchio, Polifemo e così va, li identificherei con proprietà di proprietà e analogamente, nella tradizione di Frege e Russell, direi che i numeri naturali si possono identificare con proprietà di proprietà, per esempio il numero zero è la proprietà di cui gode una proprietà che non è esemplificata da alcunché; il numero 1 è la proprietà di cui gode una proprietà tale che esiste qualcosa che la esemplifica, ma per ogni x e y che la esemplificano, si dà il caso che x = y; e così via. E degli insiemi direi che non esistono, perché possiamo sempre appellarci alle proprietà e alle relazioni laddove sentiremmo il bisogno di appellarci ad insiemi; l’idea qui è di accettare la no class theory of classes di Russell: non ci sono classi (ossia insiemi), ma tutti i discorsi apparentemente su classi possono essere ricostruiti come discorsi su proprietà e relazioni. Quindi quali oggetti astratti che non sono in ultima analisi proprietà o relazioni accetto? Sebbene io ritenga che l’ontologia debba procedere per quanto possibile in sintonia con la scienza corrente, e quindi ammetto che ci siano per esempio atomi, protoni ed elettroni, spin di elettroni e la famosa correlazione a distanza di cui parla la meccanica quantistica, sono molto tentato dalla visione sostanzialista dello spazio e soprattutto del tempo, anche se ciò non sembra trovare grande favore nella scienza odierna. Assumendo una tale visione tra i miei oggetti astratti (che non occupano spazio) ci sono gli istanti di tempo e i punti e le regioni di spazio. Mi pare che questa visione sia tutto sommato quella del senso comune e che il senso comune vada difeso per quanto possibile; sia cioè da ritenere innocente, finché non dimostrato che sia colpevole. E in fin dei conti non penso che questa visione sostanzialista sia stata dimostrata colpevole e riesumarla può avere tanti vantaggi. Tornando agli oggetti concreti, e continuando ad assumere che si debba dar credito sia alla scienza che al senso comune (magari opportunamente ricostruito e regimentato), si pone il famoso problema posto da Eddington, del rapporto tra gli oggetti ordinari e gli enti postulati dalla fisica. Il tavolo che mi sta di fronte non esiste veramente perché di fronte a me c’è in realtà uno sciame di particelle o in qualche modo posso ammettere che ci siano entrambe le cose? Penso che il partito di quelli che sostengono che ci sono entrambe le cose sia quello giusto: c’è il tavolo ed è costituito da, ma non è identico a, uno sciame di particelle. Per cui il tavolo continua a esistere nel tempo anche se lo sciame cambia perché si perde qualche particella e se ne aggiunge qualche altra.

Concludo la mia risposta, sicuramente non esaustiva, soffermandomi su degli strani enti che secondo me bisogna includere nell’inventario ontologico; li chiamo ruoli “onto-tematici” (o, in breve, o-ruoli). Che cosa sono? Io stesso non so bene cosa siano, ma posso dire che sono fondamentali per spiegare in che modo le relazioni sono esemplificate. Si considerino per esempio lo stato di cose che rende vero che Romeo ama Giulietta e quello che rende vero che Giuletta ama Romeo. I due stati di cose sono ovviamente diversi, ma in cosa consiste questa diversità? Si può dire che Romeo e Giulietta esemplificano la relazione amare in una certa maniera nel primo caso e in un’altra maniera nel secondo. Il che ci suggerisce che le relazioni, o almeno alcune relazioni, quelle non simmetriche, sono esemplificabili dagli stessi enti in modo diverso. Questo è il fenomeno che Kit Fine ha chiamato differential application. Ma cosa sono questi modi diversi in cui le relazioni sono esemplificabili? Nel tentativo di rispondere a questa domanda introduco i ruoli onto-tematici, descrivibili in prima battuta come le controparti ontologiche dei ruoli tematici, agente, paziente, strumento, beneficiario, ecc., a cui si appellano i linguisti per spiegare vari fenomeni sintattico- semantici. Tornando all’esempio di Romeo e Giulietta a fini illustrativi, direi che in un caso Romeo e Giulietta esemplificano la relazione amare in modo tale che Romeo è agente e Giulietta è paziente; e nell’altro caso in modo tale che Giulietta è agente e Romeo paziente. Altri filosofi hanno sostenuto qualcosa di simile, appellandosi ad enti che sono stati chiamati posizioni. Per esempio Russell e Hochberg direbbero che in un caso Romeo e Giulietta esemplificano la relazione amare in modo tale che Romeo è amante e Giulietta è amata; e nell’altro caso in modo tale che Giulietta è amata e Romeo amante. Amato e amante sarebbero appunto posizioni. Quello che sostengo di diverso rispetto a questi filosofi è che i ruoli onto-tematici, a differenza delle posizioni così come sono state tradizionalmente intese, occorrono, per così dire con relazioni diverse. Per esempio, agente e paziente occorrono sia con la relazione amare che con la relazione odiare; mentre amante e amato hanno a che vedere solo con l’amare; per l’odiare ci sono odiante e odiato, per baciare baciante e baciato, e così via. Ritengo che il mio modo di vedere le cose sia superiore, perché ci permette di individuare delle somiglianze e delle differenze oggettivamente presenti negli stati di cose che nell’altro modo vanno perse. Per esempio, c’è una somiglianza tra lo stato di cose che consiste di Romeo che ama Giulietta e quello che consiste di, supponiamo, un qualche Capuleti x che odia un qualche Montecchi y, perché in entrambi gli stati occorrono gli o-ruoli agente e paziente. C’è invece differenza tra questi stati e lo stato che consiste nel trovarsi di un certo oggetto sopra un altro oggetto, perché in quest’ultimo non occorrono agente e paziente, ma o-ruoli di tutt’altro genere (tralascio la complicata questione di quali essi siano). Ma cosa sono questi o-ruoli? Come ho detto prima, io stesso non so bene come caratterizzarli, però sono orientato a dire che si tratti di proprietà ipso facto esemplificate dai relata nel loro esemplificare una relazione. Questo mi permette di non aumentare le categorie basilari che sono già presenti nella mia ontologia: le proprietà le ammetto già e credo proprio che siano imprescindibili.

 

Nel tuo catalogo ci sono quindi gli stati di cose. La nozione di stato di cose in effetti ha catalizzato l’attenzione dei filosofi (per lo più analitici) da un po’ di tempo in qua. Ci spiegheresti meglio di cosa si tratta?

Gli stati di cose sono entità che arrivano all’esistenza nel momento in cui un qualche ente, tipicamente un particolare, esemplifica una proprietà; oppure quando alcuni enti, tipicamente dei particolari, esemplificano una relazione. Ho usato l’avverbio “tipicamente” perché ritengo che ci siano anche stati di cose, diciamo meno tipici, in cui enti non particolari esemplificano proprietà o relazioni. Per esempio, secondo Armstrong, una legge di natura non è altro che uno stato di cose consistente (nel caso più semplice) di due proprietà che esemplificano una relazione di necessitazione. Gli stati di cose si possono vedere come entità complesse aventi cioè dei costituenti, o parti, in un senso peculiare della parole “parte”. Armstrong dice che si tratta di complessi “non mereologici” per distinguerli da entità complesse che sono costituite da parti nel senso ordinario del termine, per esempio una bicicletta, tra le cui parti annoveriamo il suo manubrio, il suo sellino, ecc. Tra i costituenti di uno stato di cose dobbiamo sicuramente includere l’ente o gli enti che sono esemplificati e la proprietà o relazione che viene esemplificata. Per esempio, nello stato di cose che consiste di Romeo che ama Giulietta, ci sono come costituenti la relazione amare e gli enti Romeo e Giulietta. Io questi enti li chiamo costituenti canonici, per distinguerli da eventuali altri costituenti che potremmo essere disposti ad ammettere a seconda di quale teoria dell’esemplificazione e degli stati di cose ammettiamo. Per esempio, tornando ai miei ruoli onto-tematici, dal mio punto di vista potrei sostenere che anche il ruolo agente e il ruolo paziente entrano in qualche modo come costituenti nello stato di cose in questione. Oppure, per coloro i quali ammettono le posizioni, come amante e amato, queste cosiddette posizioni potrebbero essere ulteriori costituenti di questo stato di cose.

 

Quali sono le grandi opzioni possibili in merito agli stati di cose?

La prima grande opzione ovviamente riguarda l’esistenza stessa o la non esistenza degli stati di cose, intesi come esemplificazioni di proprietà e relazioni da parte di uno o più cose. Perché dobbiamo ammettere che vi siano gli stati di cose, così concepiti? Si risponde tipicamente che bisogna ammetterli perché svolgono certi ruoli teoretici, in particolare sono i relata causali, ossia gli enti connessi dalla relazione di causazione, e sono i fattori di verità, ossia gli enti che rendono vere le proposizioni vere. Ma i sostenitori dei tropi ritengono che non c’è motivo di ammettere stati di cose se proprietà e relazioni sono tropi. Concentriamoci sui fattori di verità per capire che cosa i tropisti hanno in mente. Un tropo è essenzialmente legato all’oggetto di cui è proprietà, nel senso che non può essere che una proprietà di quell’oggetto e di nessun altro. Se una certa palla x è sferica, la sfericità di x non può che essere di x e di nient’altro e quindi la sfericità in questione, chiamiamola s, è sufficiente come fattore di verità della proposizione che asserisce che la palla in questione è sferica. Non c’è motivo quindi di ammettere che ci sia lo stato di cose costituito dall’esemplificazione di s da parte di x. Invece, se la sfericità è un universale, la sua esistenza non garantisce la verità della proposizione che asserisce che la palla in questione è sferica. La sfericità potremmo trovarla nel mondo in quanto proprietà di un altro oggetto, non di x. E d’altra parte x stesso a sua volta non garantisce tale verità, perché avrebbe potuto esistere senza essere sferico (per esempio, leggermente ovoidale). Ci vuole quindi l’esemplificazione della sfericità da parte di x, appunto lo stato di cose, come fattore di verità. È complicato decidere tra un’ontologia basata sui tropi ed una basata sugli universali, forse sono equivalenti nel senso che in ultima analisi entrambe coprono bene tutti i dati di cui vogliamo render conto, il che, se vero, porrebbe la delicata questione metaontologica di come decidere tra questi due paradigmi. Non mi addentro in questa giungla. Noto semplicemente, sulla base di quello che abbiamo appena visto, che ci sono buoni motivi per accettare l’opzione dell’esistenza degli stati di cose, se crediamo negli universali e concepiamo quindi gli stati di cose come esemplificazioni di proprietà e relazioni intese come universali. Alcuni grandi filosofi che accettano gli universali, per esempio Russell nei Principi della Matematica e il mio maestro Hector-Neri Castañeda, non hanno sentito il bisogno di ammettere stati di cose in aggiunta alle proposizioni, perché prendono come qualcosa di assolutamente primitivo l’esser vero di alcune proposizioni e l’esser falso di altre; l’idea, in altri termini, è di non invocare stati di cose come fattori di verità, nella realtà, per le proposizioni vere, ma di vedere le proposizioni vere, nel loro insieme, come costituenti la realtà stessa. Penso però che se seguiamo questa strada, gli stati di cose sbattuti fuori dalla porta rientrano dalla finestra. Perché che cosa è in fondo l’esser vera di una certa proposizione in questa concezione se non uno stato di cose? L’esser vera della proposizione che asserisce che la palla x è sferica è qualcosa che c’è, ma che avrebbe potuto non esserci. Non è quindi un po’ come lo stato di cose che è l’esemplificazione della sfericità da parte di x, che c’è ma avrebbe potuto non esserci?

La seconda importante opzione riguarda l’accettazione o non accettazione di stati di cose non sussistenti, ossia stati di cose corrispondenti a enunciati o proposizioni false, ma che avrebbero potuto sussistere, nel qual caso le corrispondenti proposizioni sarebbero state vere. Per esempio, io sono seduto e quindi la proposizione che io sto in piedi è falsa e il corrispondente stato di cose che è il mio stare in piedi è non sussistente; tuttavia, se io fossi in piedi, tale stato di cose sarebbe sussistente e la proposizione che io sto in piedi sarebbe vera. Per come lo capisco io, Wittgenstein nel Tractatus accetta questi stati di cose non sussistenti. A me sembra però che siano assolutamente da evitare. Portano verso un forma di meinonghismo, perché in fondo questi stati di cose non sussistenti sono enti che in qualche modo ci sono, appartengono all’inventario ontologico, eppure nello stesso tempo non ci sono, non esistono o appunto non sussistono. Oppure aprono implicitamente le porte ai mondi possibili intesi in senso realista alla Lewis, perché insiemi sufficientemente complessi e coerenti di stati di cose non sussistenti si potrebbero vedere come mondi possibili concretamente esistenti nel senso di Lewis. Non c’è motivo però di avviarsi verso queste scomode implicazioni, se abbiamo le proposizioni nella nostra ontologia. Si potrebbe pensare infatti che gli stati di cose non sussistenti ci servano per fungere da significati per gli enunciati falsi. Ma se possiamo avvalerci di proposizioni, abbiamo automaticamente significati sia per gli enunciati veri che per quelli falsi. Quindi, io direi, c’è una proposizione espressa da “io sono seduto” ed un’altra espressa da “io sto in piedi”. La prima è vera in quando esiste il fattore di verità costituito dallo stato di cose che è il mio stare seduto e la seconda è falsa in quanto non c’è alcun fattore di verità, non c’è alcuno stato di cose, che la rende vera. Una terza importante questione riguarda l’ammissione o meno di stati di cose molecolari, coinvolgenti, per così dire, controparti ontologiche di operatori logici quale la negazione, la congiunzione, la disgiunzione, i quantificatori. Come è noto, Wittgenstein nel Tractatus nega che vi siano siffatti stati di cose ed in questo caso tendo ad essere d’accordo con lui. Il punto è che sembrano bastare gli stati atomici elementari o atomici, privi di controparti ontologiche degli operatori logici, per garantire fattori di verità alle proposizioni complesse costruite con tali operatori. Per esempio, la verità di P & Q è garantita da due stati di cose, quello che rende vera P e quello che rende vera Q; la verità di P v Q è garantita, supponiamo, dallo stato di cose che rende vera P; la verità di ¬P, dal non esistere alcun stato di cose che rende vera P. Sorgono delle complicazioni, con le quali si sono scontrati Russell e Armstrong, quando si arriva alle proposizioni quantificate universalmente, ma su questo punto mi limito a rimandare ad un articolo di Hugh Mellor, Truthmakers for What?, che suggerisce come gestirle senza invocare stati di cose con il quantificatore universale o cose del genere.

Il quarto punto sul quale mi soffermo riguarda il tempo. Si deve assumere che il momento dell’esemplificazione della proprietà F da parte dell’oggetto x sia una componente essenziale nell’identificazione dello stato di cose che è appunto l’esemplificazione di F da parte di x? Nella ben nota concezione degli eventi di Jaegwon Kim troviamo una risposta positiva a questa domanda (Kim parla di “eventi” piuttosto che di “stati di cose”, ma penso che questa differenza terminologica non ci debba impedire di vedere la dottrina di Kim come riguardante ciò che abbiamo finora chiamato stato di cose; io uso quindi “stato di cose” ed “evento” come sinonimi e a seconda del contesto scelgo l’uno o l’altro termine per entrare in sintonia con la letteratura su un certo argomento; per esempio, in filosofia del tempo o della mente si tende a parlare di eventi piuttosto che di stati di cose, mentre in ontologia pura, per così dire, quella che si occupa delle questioni più fondazionali, si tende a parlare di stati di cose più che di eventi). Secondo Kim, insomma, uno stato di cose, o evento, nella sua terminologia, è identificato da tre cose: una proprietà, un oggetto che esemplifica quella proprietà, il momento dell’esemplificazione (questo ovviamente è il caso più semplice, in cui ad essere esemplificata è una proprietà; nel caso delle relazioni tra diversi oggetti non basta un solo oggetto). Se seguiamo Kim stiamo in pratica sostenendo che uno stato di cose, o evento, è qualcosa di irripetibile, legato essenzialmente al momento dell’esemplificazione (il quale momento si potrebbe quindi vedere come un ulteriore costituente dello stato di cose in aggiunta a quelli che ho chiamato costituenti canonici). Il mio star seduto di questo momento, per esempio, è qualcosa di irripetibile, perché è proprio quello di questo momento, che è, supponiamo, mezzogiorno in punto, si tratta dello stato di cose che è l’esemplificazione dello star seduto da parte mia a mezzogiorno. Se alle tredici in punto sono di nuovo seduto, c’è un diverso stato di cose, l’esemplificazione dello star seduto da parte mia alle tredici. Esiste però un’altra opzione che a me pare preferibile, perché più economica: gli stati di cose sono identificati semplicemente sulla base della proprietà esemplificata e dell’oggetto che esemplifica (tralasciando per semplicità le relazioni). Sicché, finché sto seduto c’è un certo stato di cose, l’esemplificazione dello star seduto da parte mia, che continua ad esistere, supponiamo, da mezzogiorno a mezzogiorno e trenta, e che cessa di esistere quando a quel punto mi metto in piedi. Tale stato di cose, proprio quello lì, torna però ad esistere quando alle tredici mi seggo nuovamente.

L’ultima questione che tocco riguarda il famoso regresso di Bradley. Ci si può chiedere che cosa fa sì che una certa proprietà sia legata attraverso l’esemplificazione ad un certo oggetto: come fa lo star seduto ad essere esemplificato da me, quando sono seduto? Non si chiede qui una spiegazione causale del tipo: mi sono seduto perché ero stanco. Si è alla ricerca di una spiegazione ontologica, ci si chiede se debba esistere un collante che lega la proprietà all’oggetto. Alcuni filosofi, in particolare Strawson e Bergmann, hanno risposto che il collante è appunto l’esemplificazione, ma che questa non va concepita come una relazione, perché altrimenti ci imbarchiamo in un regresso all’infinito vizioso: ci deve essere un’ulteriore relazione, un’esemplificazione di secondo grado, che lega l’esemplificazione di primo grado, la proprietà e l’oggetto. Poi una di terzo grado, una di quarto grado e così via. L’esemplificazione va quindi vista come un “nesso non relazionale”. In questo modo di vedere le cose il nesso non relazionale si può considerare un ulteriore costituente, oltre quelli canonici, dello stato di cose, la cui presenza nello stato di cose garantisce la sua unità, l’adesione, per così dire, della proprietà all’oggetto. Ma la nozione di nesso non relazionale mi sembra una contraddizione in termini, in fondo “nesso” è sinonimo di “relazione”; e poi come ha ben notato Bill Vallicella, il cui blog e i cui articoli sull’argomento raccomando a chi vuole approfondire queste tematiche, si può sempre chiedere cosa tiene insieme l’oggetto, la proprietà e questo nesso non relazionale. E allora a me sembrano preferibili due altre opzioni, entrambe restie ad ammettere che vi sia un tale nesso non relazionale come ulteriore costituente. La prima è quella che ho chiamato “approccio del fatto bruto” (che Vallicella ha attribuito a Van Inwagen), secondo il quale non è possibile dare una spiegazione ontologica in risposta alla domanda su cosa tiene insieme una proprietà e un oggetto in uno stato di cose: bisogna accettare come appunto un fatto bruto, assolutamente primitivo, non suscettibile di ulteriori spiegazioni e approfondimenti, che vi siano stati di cose. La seconda opzione consiste nel riconoscere che l’esemplificazione è una relazione a tutti gli effetti e che proprio appellandosi ad essa si possa trovare la spiegazione ontologica cercata: la proprietà è legata all’oggetto proprio in virtù del fatto che la relazione di esemplificazione le lega; questo significa riconoscere che c’è un ulteriore stato di cose che consiste nell’esemplificazione (di secondo livello) della relazione di esemplificazione (di primo livello) da parte della proprietà e dell’oggetto; e così via all’infinito. Ritengo che questo regresso all’infinito non sia vizioso perché le varie relazioni di esemplificazione che vengono via via postulate non sono sempre nuovi costituenti di uno stesso stato di cose che si cerca di analizzare senza mai riuscirci compiutamente. Sono invece costituenti di sempre nuovi stati di cose, ognuno dei quali è invocato per spiegare cosa tiene insieme i costituenti dello stato di cose del livello precedente. Il fatto che possiamo andare avanti all’infinito non è un handicap, ma la garanzia di trovare sempre un nuovo stato di cose al quale appellarci per la nostra spiegazione. L’approccio è estremamente controverso ed infatti, per quanto notato, o non è stato accolto tout court, oppure è stato criticato dettagliatamente (si vedano il libro Cemento dell’universo di Luigi Cimmino e l’articolo Exemplification as Explanation di Anna-Sofia Maurin). A chi proprio non riesce a digerirlo, rispondo che sono anche pronto ad accettare l’approccio del fatto bruto, ma mi rimane una perplessità legata al fatto che, di fronte all’esistenza di enti con gli stessi costituenti di un certo stato di cose, per esempio l’esemplificazione della proprietà F da parte dell’oggetto x, rimane il problema di spiegare in che cosa consista la loro differenza (un punto sottolineato da Vallicella). Per esempio, se si ammette l’insieme che ha F ed x come membri, stiamo ammettendo, sembrerebbe, un ente con gli stessi costituenti dello stato di cose in questione, eppure diverso da esso. In cosa consiste la loro differenza? Si esce dall’impasse, a mio avviso, solo negando che vi siano questi enti con gli stessi costituenti, per esempio negando, come ho suggerito sopra, che vi siano insiemi (appellandosi alla no class theory of classes di Russell). Ma non basta negare gli insiemi. Bisogna in generale negare tutti gli enti che potrebbero avere gli stessi costituenti, per esempio, dovremmo respingere la somma mereologica di F ed x, che sarebbe un altro ente avente come costituenti esattamente F ed x, e che però molti mereologisti sarebbero disposti ad annoverare nel loro inventario ontologico.

 

Nella ricerca di una definizione come quella di ‘stato di cose’ che ruolo ha il cosiddetto senso comune?

Diamo tutti per scontato nelle nostre pratiche linguistiche, nel raccontare ciò che osserviamo e facciamo, nelle nostre azioni, nei nostri rapporti sociali e giuridici, e infine anche nella più sofisticata attività scientifica, che noi e gli oggetti che ci circondano abbiamo proprietà e relazioni. Le strutture linguistiche soggetto-predicato o soggetto-predicato-complemento sembrano proprio tagliate su misura per riflettere corrispondenti strutture della realtà, ossia oggetti con proprietà e oggetti in relazione con altri oggetti. Si può quindi sostenere, a mio avviso, che il senso comune riconosce implicitamente che vi siano stati di cose, anche se il termine “stato di cose” appartiene al gergo filosofico e non viene usato comunemente, o almeno non viene usato comunemente nell’ampia accezione della filosofia analitica. Ma ci sono parole più o meno diffuse, come “fatto”, “evento”, “accadimento”, che si possono intendere nella maniera in cui i filosofi usano “stato di cose”, e che testimoniano che la categoria degli stati di cose non è estranea al senso comune. Il senso comune però, come accennavo prima, va anche opportunamente analizzato e ricostruito e la teorizzazione ontologica è in parte anche questo. Si può infatti sostenere che ciò che il senso comune implicitamente riconosce è semplicemente che ci siano eventi o accadimenti connessi da relazioni causali e che tali eventi, nel loro esserci, rendono vere le nostre affermazioni vere. Sta poi all’ontologo spiegare cosa siano tali eventi o accadimenti collocandoli all’interno di un quadro teorico generale ed è a questo punto che si possono avere paradigmi diversi, per esempio un quadro nel quale le proprietà sono viste come universali e si sente quindi la necessità di identificare gli accadimenti implicitamente riconosciuti dal senso comune con gli stati di cose visti come entità complesse costituite da universali e particolari in un rapporto di esemplificazione; oppure un quadro alternativo in cui gli accadimenti del senso comune sono identificati con entità semplici quali sono i tropi.

 

Continuiamo con un tema poco impegnativo: il tempo (!). Quali sono le principali fazioni nel dibattito contemporaneo?

La prima fondamentale suddivisione che normalmente si fa è quella tra teoria A e teoria B. Nella teoria A le proprietà ‘passato’, ‘presente’ e ‘futuro’, le cosiddette A-proprietà, hanno una valenza oggettiva: è vero in una maniera indipendente dalla mente, da qualsiasi osservatore, che, per esempio, la battaglia di Maratona è un evento passato oppure che il mezzogiorno del 23 Maggio 1860 è un momento passato; o che il mio scrivere queste parole e il momento in cui le scrivo siano presenti; o che l’arrivo del primo uomo su Marte, o il momento del suo arrivo, siano futuri. Nella teoria A possiamo anche ammettere che relazioni come ‘prima di’ o ‘simultaneo’, le cosiddette B- relazioni, sussistano oggettivamente tra eventi o momenti, ma sicuramente non è sulla base di tali relazioni che eventi e momenti godono di passatezza, presentezza e futurità. Invece, la teoria B privilegia queste relazioni. Le riconosce come oggettivamente sussistenti e sulla base di esse intende, in una maniera soggettiva, dipendente dalla mente, l’attribuzione di passatezza, presentezza e futurità. Per esempio, secondo la teoria B, la battaglia di Maratona è passata solo nel senso che precede, supponiamo, l’evento, chiamamolo e, che è il mio creare queste parole sullo schermo del mio computer, mentre l’evento che è il rombo della moto che sta passando è presente solo in quanto simultaneo ad e. In questa concezione del tempo passatezza, presentezza e futurità sono godute solo nel senso soggettivo in cui dei luoghi possono avere le proprietà della lontananza o vicinanza spaziale. Per esempio, New York è per me lontana perché mi trovo a Palermo, ma è vicina per chi si trova nel New Jersey.

La teoria B viene spesso chiamata “eternista”, perché tutti gli eventi, passati, presenti o futuri, sono sullo stesso piano ontologico, nessuno di essi è privilegiato in un senso oggettivo (nel mio libro Filosofia del tempo invece di “eternismo” ho usato il termine “eternalismo” e me ne rammarico perché quest’ultimo è un inglesismo modellato sull’inglese “eternalism”, derivato dall’aggettivo eternal; ma il nostro corrispondente aggettivo è “eterno”, non eternal e quindi “eternismo” è più appropriato di “eternalismo”). La bevuta della cicuta da parte di Socrate è reale tanto quanto il mio creare queste altre parole sullo schermo del mio computer o l’arrivo del primo uomo su Marte (assumendo che ci sarà). Più precisamente potremmo dire che la teoria B è B-eternista, per distinguerla da un’altra forma di eternismo, l’A-eternismo, che ritroviamo all’interno della variegata configurazione di approcci che è la teoria A. Secondo l’A-eternismo, tutti gli eventi, passati, presenti e futuri sono dati, sono tutti nell’inventario ontologico. Questo contiene, per così dire, tra gli altri, questi tre eventi: la bevuta della cicuta da parte di Socrate, il mio creare queste ulteriori parole sullo schermo del mio computer, l’arrivo del primo uomo su Marte; però tali eventi sono oggettivamente distinti in quanto il primo è passato, il secondo è presente (o almeno lo era poco fa) e il terzo è futuro. Tra i teorici A troviamo poi i passatisti, quelli che sostengono che in un senso oggettivo esistono sia gli eventi passati che quelli presenti. Dal loro punto di vista gli eventi arrivano all’essere nel presente, per poi diventare immediatamente passati e poi via via sempre più passati, senza però per questo scomparire dall’inventario ontologico; in questo inventario troviamo quindi la bevuta della cicuta da parte di Socrate, ma non l’arrivo del primo uomo su Marte. Infine c’è il presentismo, la teoria secondo la quale tutto ciò che esiste è presente. Da questo punto di vista non esistono che gli eventi presenti e quindi l’inventario ontologico contiene il mio creare queste ulteriori altre parole sullo schermo del mio computer e tutti gli eventi ad esso simultanei, ma non la bevuta della cicuta da parte di Socrate, questo non esiste più, o l’arrivo del primo uomo su Marte, questo non esiste ancora. Più in generale quello che ho detto per le varie teorie riguardo agli eventi, vale anche per gli oggetti e i momenti, così, ad esempio, per il passatismo esistono gli oggetti del passato, come Socrate, i momenti del passato, come il mezzogiorno del 24 Maggio 1918, nonché il momento presente. Direi che le teorie che maggiormente si contendono il campo nel dibattito corrente sono il B-eternismo, che tende ad essere preferito perché appare in sintonia con la teoria della relatività di Einstein, e il presentismo, che spesso riscuote favori per la sua maggiore vicinanza al senso comune.

 

Ti sembra che nel dibattito di oggi sul tempo riecheggino alcune posizioni tradizionali?

È stato sostenuto, per esempio da Bigelow, che hanno accettato il presentismo quasi tutti i filosofi del passato fino all’età contemporanea, quando Russell ha articolato per la prima volta il B-eternismo. Tra questi filosofi del passato Bigelow cita in particolare Agostino, a cui si devono le importanti riflessioni sul tempo contenute nelle Confessioni. In realtà queste attribuzioni non sono scontate. Per esempio, per quanto Agostino asserisca, sulla falsariga di filosofi dell’antichità quali Aristotele e Sesto Empirico, che il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora, il che può far pensare che egli sia un presentista, è anche vero che dal suo punto di vista il tempo sembra essere una creazione della mente, in quanto dipende dalla nostra capacità di far vivere, per così dire, il passato con la memoria e il futuro con l’aspettativa. E quindi si potrebbe attribuire ad Agostino una visione idealista del tempo, secondo la quale il tempo è un fenomeno meramente soggettivo, qualcosa da confinare al regno dell’apparenza in quanto privo di realtà oggettiva. Questa concezione del tempo la ritroviamo in grandi filosofi del passato a partire da Parmenide, il suo sostenitore per antonomasia, e poi per esempio in Spinoza e nella grande tradizione dell’idealismo tedesco, in Kant e in Hegel, e nei loro seguaci britannici, come Bradley e McTaggart, al quale si deve la distinzione tra A-proprietà e B-relazioni. Si tende a pensare che la teoria B, spesso chiamata anche teoria statica del tempo, riecheggi la visione parmenidea, un’associazione favorita dall’aggettivo “statica”, che per contrapposizione rimanda all’opposta concezione di Eraclito, per il quale, come spesso si ripete, tutto scorre. In effetti nella teoria A si enfatizza il passaggio del tempo, il fatto che la presentezza scorra da un evento all’altro, nella misura in cui l’evento diventa presente, il che fa pensare allo scorrere delle cose di Eraclito. E questa associazione è favorita dal fatto che la teoria A è anche chiamata, non a caso, teoria dinamica del tempo. Il passaggio del tempo sembra mancare nella teoria B, perché in essa la realtà del tempo è affidata alle sole B-relazioni e queste sono immutabili, date una volta per tutte, così come immutabile è l’essere di Parmenide. Tuttavia, sembra esserci un’importante differenza: i teorici B rivendicano una visione non idealista del tempo nella misura in cui sostengono che le B-relazioni sono relazioni temporali e che queste sussistono oggettivamente, il loro sussistere non è mera apparenza. Invece per Parmenide e per il suo epigono Severino, per come li capisco, il tempo è solo apparenza.

Ho detto prima che i teorici B cercano sostegno nella teoria della relatività. Ma il realtà il connubio relatività e teoria B è discutibile. Il problema è che per la teoria della relatività, non tutti gli eventi sono ordinabili oggettivamente in base a precedenza e simultaneità; questo è possibile solo se la distanza tra eventi è, nel gergo della relatività, di “tipo tempo”; altrimenti, se la distanza è di “tipo spazio”, l’ordine varia a seconda del sistema di riferimento e quindi difficilmente si può considerare oggettivo. Allora la mia impressione è che la teoria della relatività favorisca più la visione idealista del tempo che la teoria B. Ma mi rendo conto di dire qui una cosa molto controversa.

 

Qual è la posizione che difendi nel tuo libro Filosofia del tempo?

Il mio libro è un’introduzione alla filosofia del tempo che si potrebbe definire “opinionated”, captando dal titolo della fortunata introduzione al problema degli universali di David Armstrong (Universals. An Opinionated Introduction). Infatti privilegia decisamente il presentismo, con un intero capitolo dedicato a questa posizione e in particolare a come può difendersi dalle principali obiezioni che le vengono mosse. Nell’elaborare le risposte a queste obiezioni ed anche ad altre che a me sembrano pure importanti ho sviluppato una forma di presentismo che fa qualche concessione all’eternismo.

orilia tempo

Filosofia del tempo. Il dibattito contemporaneo

 

Amazon.it: 16,00€ 13,60€

Compra ora

In particolare nel libro sostengo una forma di presentismo che ingloba una concezione sostanzialista del tempo, ossia una concezione secondo la quale i momenti del tempo esistono, ordinati da una relazione primitiva e indefinibile di precedenza/successione temporale, indipendentemente dagli eventi che, per così dire, li occupano. L’opposta concezione è quella relazionista, secondo la quale i momenti sono riducibili a classi (o somme mereologiche) di eventi tra loro simultanei. Nell’inglobare il sostanzialismo dei momenti, il mio presentismo rinuncia a dire che non esistono momenti passati e futuri e che esiste solo il momento presente: oltre al momento presente, quello che ospita gli eventi (presenti), ci sono anche quelli passati, ossia quelli che precedono il momento presente, e quelli futuri, quelli che succedono al momento presente. Questa mossa mi garantisce referenti per le date, per esempio “20 Aprile 1240, nove e trentadue in punto” si riferisce a un certo momento passato. Mi permette poi di render conto dell’intuizione di un ordine temporale, che il tempo proceda in una direzione, che i momenti si succedano uno dopo l’altro, inesorabilmente, anche se tutto si “congelasse”, ossia se gli eventi rimanessero identici per un certo periodo di tempo. Poi mi permette di prendere sul serio l’idea che ci siano proprietà past-tensed come per esempio ‘essere stato F nel momento t’, dove F è una qualche proprietà e t un certo momento passato. Non ci potrebbero essere queste proprietà se non ci fossero moment passati. Ricorrendo a queste proprietà affronto un problema che mi sembra spinoso per il presentismo anche se non viene di solito annoverato come uno dei problemi del presentismo, che chiamo il problema degli eventi dinamici. Gli eventi dinamici, nella terminologia di Casati e Varzi nella voce Events della Stanford Encyclopedia of Philosophy, sono quelli che intuitivamente occupano un certo intervallo temporale, per esempio lo scorrere di una palla dal punto p1 al punto p2. Intuitivamente se c’è questo evento c’è anche l’evento (statico) del trovarsi della palla al punto p1 e l’evento (statico) del trovarsi della palla al punto p2. Ma il primo di questi due eventi viene prima dell’altro e quindi dovremmo dire che è passato, andando contro l’assunto presentista che non ci sono eventi passati. Per rispondere a questo problema ricostruisco gli eventi dinamici sulla base delle proprietà presupponenti momenti menzionate prima. Per esempio, l’evento dinamico appena considerato esiste nel senso che nel momento presente in cui la palla è al punto p2 ha anche la proprietà di essere stata nel punto p1, ma non nel senso che c’è un evento passato che è il trovarsi della palla al punto p1.

Nel mio libro, accanto a questa opzione sostanzialista, ho lasciato aperta per il presentista la scelta tra tre opzioni riguardo ai termini singolari che sembrano riferirsi a oggetti del passato, come “Socrate” o “Napoleone”, e la correlata questione di come caratterizzare i fattori di verità di enunciati veri sul passato, che tipicamente contengono termini del genere, per esempio, “Socrate bevve la cicuta”. La prima opzione (favorita da Bourne nel suo libro A future for Presentism) consiste nell’accettare un approccio descrittivista ai nomi propri (e più in generale a tutti termini singolari), che permette di interpretarli come dotati di significato semplicemente in virtù del loro avere un contenuto descrittivo come per le descrizioni definite (per esempio, “l’uomo più alto del mondo”), senza quindi dover ricorrere a oggetti passati come loro referenti. Questa opzione può sembrare impraticabile a chi dà per scontata la teoria referenzialista dei nomi propri, affermata con vigore da Donnellan e Kripke nella seconda metà del secolo scorso e tuttora dominante. Ma secondo me il referenzialismo non è affatto migliore del descrittivismo, come ho argomentato nel mio libro del 2010 Singular Reference, e quindi questa opzione è sostenibile, o quanto meno non si può respingere semplicemente appellandosi alla correttezza del referenzialismo (anche se devo dire con dispiacere che il mio libro è stato finora quasi del tutto ignorato e il referenzialismo rimane dominante come prima). La seconda opzione, preferita da Keller, consiste nell’appellarsi alle cosiddette ecceità, proprietà che individuano essenzialmente un certo oggetto e che (assumendo che le proprietà possano esistere non esemplificate) continuano a esistere anche dopo la scomparsa dell’oggetto individuato; da questo punto di vista l’ecceità di Socrate è ancora con noi anche se Socrate non c’è più. La terza opzione consiste nell’ammettere che gli oggetti del passato continuano ad esistere, anche se come “ex-concreti”, nella terminologia di Williamson, ossia come oggetti che prima erano concreti, occupavano spazio per esempio, e adesso non sono più concreti, non occupano spazio, ma possono tuttora essere pensati, ammirati od odiati, essere referenti di termini singolari, o godere di proprietà past-tensed come aver bevuto la cicuta in un certo momento passato t. Questa opzione fa ovviamente un’ulteriore concessione all’eternismo (o quanto meno, in questo caso, al passatismo), al punto che qualcuno potrebbe dire che con essa non abbiamo più una forma di presentismo. Io penso però che sia appropriato continuare a parlare di presentismo, perché rimane quella che secondo me è la caratteristica cruciale del presentismo, la sua fondamentale linea del Piave, ossia la negazione di eventi passati e futuri. Nel mio articolo Moderate Presentism di prossima pubblicazione su “Philosophical Studies” (l’articolo è già disponibile online sul sito della rivista), ho continuato a esplorare questa opzione, che chiamo “presentismo moderato”, argomentando che permette di conservare i vantaggi principali del presentismo tipico (che non ammette i momenti in senso sostanzialista e gli oggetti ex-concreti) e offre al contempo grandi vantaggi nell’affrontare i problemi del presentismo.

Grazie di cuore a Francesco Orilia per questa preziosa intervista, a presto su Fare Filosofia!

Category: Interviste

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Enrico Donato

Article by: Enrico Donato

Classe 1991, Palermo. Sto scrivendo la mia tesi magistrale in Filosofia presso Università di Pisa. Gestisco farefilosofia.it dal 2012. Vorrei avere più tempo per suonare tanto jazz.

Restiamo in contatto!

Aiutaci a costruire la più grande e accogliente community filosofica italiana!