La filosofia di Avicenna

La filosofia di Avicenna

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0. Introduzione

L’attività intellettuale di IBN SINA (980 – 1037), filosofo persiano conosciuto agli scolastici come Avicenna, si estende a tutti i campi del sapere. Medico già a 17 anni, compose un Canone di medicina che è stato fino al Rinascimento uno dei più importanti testi di studio della medicina nelle università europee. I due progetti filosofici di Avicenna furono il Libro della Guarigione e il Libro della Liberazione, una sintesi semplificata del primo.

1. La questione della metafisica

Il Libro della Guarigione, l’opera più importante, tratta non solo dei temi affrontati nel corpus aristotelico, ma anche di alcuni ambiti in esso assenti quali l’astronomia, l’aritmetica e la musica. Non si tratta di un mero commento all’opera di Aristotele in quanto l’impostazione del Libro, suddiviso in quattro parti (logica, filosofia naturale, matematica, metafisica), è completamente diversa.

Per prima cosa Avicenna si propone di chiarire una fondamentale questione sorta dopo Aristotele: qual è l’oggetto (o più propriamente il soggetto) della metafisica? La stessa Metafisica aristotelica veniva presentata come scienza delle cause in quanto tali, come scienza dell’ente in quanto ente, oppure come scienza delle sostanze immobili e separate (scienza del divino). Avicenna si inoltra in questa perigliosa diatriba procedendo per mezzo dei criteri epistemologici degli Analitici secondi. Il soggetto di una scienza non può essere dimostrato dalla stessa, ma deve presentarsi come evidente oppure essere dimostrato in una scienza diversa. Dunque né Dio né le cause in quanto tali potranno essere il soggetto della metafisica, giacché  nessun’altra scienza dimostra l’esistenza di Dio o dei nessi causali, i quali inoltre non sono assolutamente evidenti di per sé. Solo l’ente in quanto ente (che precede ogni determinazione) potrà essere il soggetto della metafisica, il cui compito invece sarà proprio quello di ricercare e dimostrare Dio e le cause in quanto tali.  

Il soggetto della metafisica può essere qualificato come immateriale, ovvero separato dalla materia, perché precedendo ogni determinazione precede anche la distinzione tra materiale e immateriale. Questo significa che l’ente in quanto ente precede e include tutte le determinazioni dell’ente.

2. L’indifferenza delle essenze

Nel V trattato della sua Metafisica, dedicato agli universali, Avicenna affronta il problema dell’indifferenza delle essenze.

La distinzione tra essenza ed esistenza può essere ricondotta a due fondamentali domande: se la cosa sia (an sit – esistenza) o che cosa sia (quid sit – essenza). La risposta a questi due interrogativi e le loro implicazioni non coincidono affatto. Posso sapere cosa sia un cerchio senza che esso sia davanti ai miei occhi, così come so cos’è un dinosauro senza averlo mai visto: in entrambi i casi si tratta di enti, ma la differenza tra loro non sta nella loro esistenza quanto nella loro essenza, ovvero in ciò che sono.

Che cosa intendiamo quando parliamo di essenza? Si tratta di un concetto che può essere concepito in diversi modi: come una forma separata (ad esempio nella tradizione platonica), come la forma individuale particolare di una cosa, oppure come un concetto universale. Per Avicenna l’essenza non riguarda né il particolare né l’universale, ma è semplicemente sé stessa. Questo significa che l’essenza non si dà mai separatamente dal particolare e dall’universale ma può essere concepita a prescindere da questi due tipi di esistenza che non determinano il contenuto dell’essenza stessa. Ciò porta Avicenna ad affermare che essenza ed esistenza non sono realtà diverse ma intenzioni diverse: due aspetti inseparabili di una stessa realtà che possono essere pensati separatamente.

Questa soluzione permette di rispondere al problema degli universali: ad esempio, l’umanità in Socrate è identica all’umanità in Platone?  Se si parla di umanità in quanto tale, intesa in modo essenziale, la risposta sarà affermativa (Socrate e Platone sono entrambi animali razionali); ma se si parla di umanità propria, ci troviamo di fronte a una risposta negativa perché ci stiamo riferendo alla forma individuale. Dunque ciò che è comune a due individui di una stessa specie non è qualcosa a livello ontologico ma il semplice fatto ce essi rispondono alla stessa definizione riguardo l’essenza in quanto tale.

3. Emanazione e Intelligenze

Il IX trattato della Metafisica è incentrato sulla teoria dell’emanazione, che spiega la produzione delle cose da parte di Dio. Avicenna concepisce l’emanazione come il “traboccare dell’acqua”, ovvero il fluire dell’essere da una Causa Prima (unica, unitaria in sé stessa) la quale pensando sé stessa genera il primo effetto. Come è unica la Causa, unico sarà l’effetto, ovvero la prima intelligenza, resa necessaria dalla causa stessa. Il resto della creazione non sarà opera della Causa Prima ma avviene attraverso intermediari, ovvero le dieci intelligenze.

A differenza della Causa, il primo effetto ha più cose da pensare (e ciò giustifica il passaggio dall’unità alla molteplicità): pensando la causa prima, esso pensa anche il secondo effetto (la seconda intelligenza); pensando sé stesso come possibile, il primo effetto produce la prima sfera celeste; pensando sé stesso come reso necessario dalla Causa Prima, esso produce l’anima della prima sfera. Questo processo si ripete fino alla decima intelligenza, chiamata anche dator formarum, la quale è l’anello di congiunzione tra il mondo intelligibile e il mondo sublunare: essa produce le anime degli uomini, le forme delle cose e la materia delle cose.

Nonostante appartenga alla tradizione islamica, Avicenna sostiene che Dio non conosca i particolari ma solo gli universali della creazione, proprio a causa del processo di mediazione operato dalle intelligenze.

4. La conoscenza

Il dator formarum coincide con l’intelletto agente, ovvero l’intelletto che produce gli intelligibili; per questa ragione esso ricopre un ruolo decisivo nel processo conoscitivo degli uomini. Riprendendo Aristotele, Avicenna pone l’origine della conoscenza nei sensi. La conoscenza sensibile si presenta così come presupposto per la conoscenza intelligibile. Le sensazioni dei sensi esterni vengono elaborate dai cinque sensi interni (fantasia o senso comune, potenza formatrice, potenza cogitativa, potenza estimativa, potenza rammemorativa).

Le singole sensazioni o immagini che percepiamo separatamente sono saldate dalla fantasia che ci permette di coglierle come un’unica cosa. La potenza formatrice invece consente di conservare l’immagine della cosa anche in assenza della cosa stessa, svolgendo quindi la funzione del ricordo. Per mezzo della potenza cogitativa le immagini possono essere composte e scomposte sino a ricavare l’immagine più generale possibile, immagine che funge da anello tra la conoscenza sensibile e la conoscenza intelligibile). La potenza estimativa consente di valutare gli oggetti delle sensazioni a livello istintivo, infine la potenza rammemorativa permette di conservare il carattere delle sensazioni provate.

Secondo Avicenna il passaggio alla conoscenza intelligibile è possibile grazie all’intervento del dator formarum, il quale spoglia le immagini sensibili particolari da ogni residuo materiale e individuali e sopperisce alla mancanza di una memoria intellettuale. Esso dunque determina il passaggio dall’immagine al concetto contenuto potenzialmente in essa, liberandolo da ogni componente sensibile. Il dator formarum “illumina” le immagini sensibili in modo da far emergere il loro contenuto intelligibile. Tali contenuti vengono poi impressi nell’intelletto potenziale (che è individuale) il quale li accoglie e li pensa in atto (operazione attuata dalla potenza cogitativa). Gli intelligibili sono raccolti e immagazzinati dall’intelletto agente: quando l’intelletto potenziale si collega individualmente al dator formarum può recuperare gli intelligibili già acquisiti che sono depositati in quest’area.
La profezia viene così interpretata da Avicenna in modo scientifico: il profeta è un individuo con un intelletto potenziale tale da potersi congiungere massimamente e istintivamente con il dator formarum.

La teoria della conoscenza ha una conseguenza singolare. Avicenna sostiene che ciascun individuo possa forgiare nella propria vita l’inferno o il paradiso attraverso le proprie conoscenze. Le pene materiali sono così causate dall’essere rimasti al livello della conoscenza sensibile, mentre sarà possibile raggiungere la pura gioia con il passaggio alla conoscenza intelligibile. La felicità consisterà dunque nell’aver reso la propria anima un mondo intelligibile.

Risorse utili

Libri:

  • Se vuoi approfondire il pensiero avicenniano con uno strumento serio e aggiornato devi acquistare questo ⇒ Pensatori: Avicenna.
  • Leggere un classico non è mai banale ⇒ la Metafisica ha un’introduzione molto ampia e un lessico utilissimo.

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Category: Lezioni

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