Immanuel Kant - Pensiero

La stella polare del pensiero: Kant e il Pantheismusstreit nello scritto “Che cosa significa orientarsi nel pensiero?”

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Esiste la possibilità di orientarsi a livello geografico, individuando la posizione dei quattro punti cardinali partendo da uno a scelta, così come esiste la possibilità di orientarsi in generale, a livello spaziale, individuando la posizione degli oggetti nello spazio, a prescindere dalla loro qualità, basandosi solo sul ricordo della loro posizione. Ma nel pensiero, esiste un modo di orientarsi? O si procede senza guida, facendosi condurre unicamente dai propri impulsi?

Questa la domanda a cui Kant intende rispondere nello scritto Che cosa significa orientarsi nel pensiero, pubblicato nel 1786 al fine di intervenire nella cosiddetta “Disputa sul panteismo” avviata tra i filosofi Friedrich Heinrich Jacobi e Moses Mendelssohn. La questione era se l’uso della ragione nella teologia speculativa conducesse alla posizione panteista e “atea” di Baruch Spinoza e quindi fosse da subordinare alla fede per evitare tali derive. Jacobi propende per tale posizione, ritenendo che solo la fede può condurre ad una corretta conoscenza di Dio, mentre Mendelssohn si muove su una linea più “classica”, che ritiene di poter correttamente dimostrare l’esistenza di Dio con la sola ragione, senza sminuire quindi i dati di fede.

Come ci si può aspettare da chi ha ritenuto che la ragione non potesse pretendere di dimostrare nulla nell’ambito del soprasensibile, Kant non prende posizione né per l’uno né per l’altro: contro Jacobi afferma il valore della ragione e il pericolo di affidarsi unicamente alla fede e all’intuizione; contro Mendelssohn afferma la sua critica alle possibilità conoscitive della ragione in campo metafisico.

Come ci si deve comportare allora in un campo come quello della discussione sull’Ente Primo?

Partendo da un’etimologia letterale, Kant definisce innanzitutto l’orientarsi, e lo definisce, in senso geografico, come il “determinare a partire da una certa regione del mondo (una delle quattro in cui suddividiamo l’orizzonte) le altre, in particolare l’oriente”.

Tale orientarsi è però determinato a partire dalla fondamentale capacità del soggetto di distinguere spazialmente tra destra e sinistra.

L’orientamento è quindi basato su un criterio di distinzione soggettivo, ed è lo stesso anche quando ci si orienta nel pensiero, cioè “in termini logici”, come specifica Kant, e più precisamente quando la ragione “vorrà estendersi al di là di tutti i confini dell’esperienza senza trovare alcun oggetto dell’intuizione ma solo spazio per essa”.

Ma quali sono i punti di riferimento possibili nel campo del sovrasensibile?

Kant ritiene che la ragione, quando decide di avventurarsi oltre l’esperienza, possieda come suo unico criterio di orientamento il suo stesso bisogno di andare oltre il sensibile, che non è un mero capriccio ma addirittura un diritto. In particolare, per quanto riguarda la questione di Dio, la ragione deve porlo come esistente per soddisfare il suo stesso bisogno di spiegare il limitato, seguendo comunque un criterio e cioè

“verificare anzitutto se il concetto con cui osiamo spingerci al di là di ogni esperienza possibile è libero da contraddizioni, e in secondo luogo ricondurre quanto meno il rapporto dell’oggetto agli oggetti dell’esperienza a concetti puri dell’intelletto, col che non rendiamo ancora affatto sensibile l’oggetto, ma pensiamo pur sempre qualcosa di sovrasensibile come per lo meno idoneo all’uso empirico della nostra ragione”.

Già nei Prolegomeni scriveva: “Noi dobbiamo dunque pensare (corsivo mio) un essere immateriale, un mondo intelligibile ed un Essere supremo fra tutti (puri noumeni), perché la ragione soltanto in questi, come cose in sé, trova completezza e appagamento […] inoltre i fenomeni in realtà, presupponendo sempre una cosa in sé e perciò dandone indizio (si possa o no poi essa conoscere più da vicino), si riferiscono a qualcosa di diverso da essi”

Questo tuttavia, è bene sottolinearlo, non significa per Kant dimostrare l’esistenza di Dio ma soltanto porne l’esistenza come postulato necessario della ragione, la necessità di porre un’Intelligenza che spieghi l’intelligibile che la ragione incontra.

Secondo l’impostazione kantiana sbaglia quindi Mendelssohn a pensare che si possano dare prove di valore conoscitivo dell’esistenza di Dio, perchè non ci sono esperienze con cui poterne “riempire” il concetto.

Ma sbaglia anche Jacobi a mettere da parte la ragione e lasciare il primato alla fede o all’illuminazione del genio, che Kant chiama “esaltazione”, intendendo con tale termine “la massima della nullità della ragione supremamente legislatrice”, in quanto questo conduce poi, sul piano sociale, alla limitazione della libertà di pensiero, dato che, determinando la conseguenza di tale libertà l’assenza di un ordine a cui tutti si confanno, l’autorità sociale si sente in dovere di intervenire, limitando appunto la libera speculazione.

Cosa dire di una tale argomentazione? Davvero basta un bisogno per fondare l’esistenza dell’oggetto desiderato?

Già un suo contemporaneo, il pensatore Thomas Wizenmann, autore dello scritto I risultati della filosofia di Jacobi e di Mendelssohn, contestava a Kant il fatto che un bisogno non basta per inferire la realtà obiettiva del suo oggetto, perchè in tal caso ci si comporterebbe come un uomo che, pazzamente innamorato di un’idea di bellezza frutto della sua fantasia, pensasse che tale oggetto esiste davvero da qualche parte.

Ma il filosofo di Königsberg si difende distinguendo tra un bisogno fondato sulla mera inclinazione (per il quale varrebbe la critica avanzata da Wizenmann) e un “bisogno della ragione originantesi da un motivo determinante obiettivo della realtà”1

La situazione della ragione, stante l’analisi di Kant, consiste dunque nel fatto che si può conoscere in senso pieno soltanto ciò che ha un riferimento fenomenico. Tuttavia la ragione ha un bisogno insopprimibile di andare “oltre” il dato sensibile affermando l’esistenza di quegli oggetti che non hanno un riferimento adeguato nel mondo dei sensi come, appunto, Dio.

Kant legittima tale bisogno: il rifiuto delle pretese scientifiche della metafisica non costituisce per lui il ridurre a “crimine” qualunque tentativo di andare oltre il limite, oltre il conoscibile. Tuttavia, tale andare nel campo del metasensibile deve essere fatto seguendo un criterio e tale criterio se lo dà proprio la ragione in virtù delle sue stesse caratteristiche. Quello che ne consegue, non essendo scienza o sapere, non può dunque che essere una fede, ma una fede razionale, come specifica Kant, in quanto è originata dalla ragione stessa e fondata unicamente sui suoi dati puri.

La conclusione sembra dunque essere un forte invito ai due contendenti del Pantheismusstreit a non rinunciare alla ragione, in quanto questa non porta ad una visione atea del mondo, tenendo contemporaneamente conto dei limiti che le impediscono sì di conoscere il metasensibile ma non di avventurarsi in esso tramite dei punti di riferimento, analogamente alla stella polare che, nel mondo sensibile, permette al soggetto di orientarsi nel mondo senza andare allo sbaraglio.

1# La risposta si trova nella Critica della Ragion Pratica; tale motivo determinante obiettivo è infatti la legge morale, che obbliga qualunque individuo razionale a trovare nella natura le condizioni che la legittimano.

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Article by: Pietro Lo Re

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