Aristotele - Logica e Metafisica

Logica e metafisica in Aristotele

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In filosofia i confini tra i vari settori sono spesso sfumati, malgrado le più o meno nette dichiarazioni di metodo.

Anche lo studio della logica, che dovrebbe essere la più asettica ed autosufficiente delle discipline filosofiche, non è stato esente fin dai primordi da legami più o meno consapevolmente stretti con teorie appartenenti ad altre branche del sapere: restando in ambito filosofico, i più evidenti sono i legami con l’epistemologia, la filosofia del linguaggio e l’ontologia. Mi occuperò in particolar modo dei fili che hanno legato insieme proprio logica e metafisica. Nel farlo non posso avere l’ambizione di essere esaustivo, ma mi limiterò a citare alcuni dei casi in cui l’influenza dell’una sull’altra branca è più evidente, tica o densa di effetti per la storia del sapere occidentale.

Prima di tutto occorre precisare che il rapporto tra logica e filosofia può avere luogo in due modi differenti:

a) Certe strutture metafisiche vengono assunte, spesso acriticamente, all’interno di un sistema logico e ne determinano lo sviluppo.

b) Un determinato modo di considerare le possibilità e gli oggetti della logica, pur restando di per sé nell’ambito di quella disciplina, cambia lo scenario delle visioni del mondo pensabili – dissolvendo vecchie teorie metafisiche o fornendo la base per la creazione di nuove.

Tratterò indistintamente entrambi i tipi di rapporto possibile, seguendo un ordine cronologico e concentrandomi su due temi che hanno prodotto un interscambio ricco e costante lungo i secoli di speculazione logica e filosofica: quello delle Categorie, che introduce il concetto di sostanza e la divisione tra generi e specie – tematizzata però nei Topici – che porterà al dibattito sugli Universali; e la visione logico-ontologica che consegue dalla messa in luce del Principio di non contraddizione.

1) Le “Categorie” tra essere e pensiero.

È proprio la raccolta di opere che dà vita alla logica formale, l’Organon, ad essere la principale origine delle trame concettuali che terranno legate metafisica e logica anche nelle epoche successive. Le Categorie, in particolar modo, pur essendo da sempre state considerate un’opera di logica sono – se non principalmente, almeno nella stessa proporzione – anche un’opera di metafisica. La divisione di ciò che i termini esprimono nelle dieci categorie aristoteliche è infatti insieme una divisione di ciò che la realtà è. Infatti, se da un lato nell’opera vengono elencate delle vere e proprie regole di predicazione nell’ambito delle varie categorie – cosa che è genuinamente parte della logica – la portata di concetti come quello di “sostanza” e di “sostrato” non è certo unicamente logico-linguistico.

«Tutti gli [altri] oggetti o si dicono di sostrati, che saranno le sostanze prime, oppure sono in sostrati, che saranno del pari le sostanze prime. E allora, quando non sussistano le sostanze prime, sarà impossibile che vi sia qualcos’altro»1. È difficile non vedere la portata anche e primariamente ontologica dell’affermazione succitata, specie se essa viene inserita nel contesto di una visione del mondo come quella aristotelica, tutta tesa a valutare il primato ontologico del concreto sull’astratto e del singolo sull’universale in risposta all’ontologia platonica.

Allo stesso modo a me pare che vada inserita in tale contesto la divisione tra sostanze prime e sostanze seconde che – se da un lato porta alla distinzione, fondamentale in logica, tra proposizioni singolari e generali – dall’altro torna a sottolineare il primato del concreto in una prospettiva che è principalmente ontologica; tanto più che la stessa distinzione tra i due tipi di proposizioni, sia pure implicitamente tematizzata, non viene poi conseguentemente sviluppata a sufficienza da Aristotele, cosa sottolineata ampiamente da storici della logica come i coniugi Kneale. Difficile non ipotizzare, quindi, che tale distinzione – sia pur valida da un punto di vista logico – sia stata messa a fuoco da Aristotele con una valenza primariamente metafisica.

Similmente, è nota l’importanza per la metafisica aristotelica del concetto di sostrato. Il sostrato, che da un lato può essere legittimamente interpretato come ciò che regge o sta sotto le predicazioni in una proposizione, è sempre ed allo stesso tempo anche ciò che regge le determinazioni dell’essere. Se questo può sembrare in qualche modo implicito già nella prima definizione, bisogna tenere a mente che la corrispondenza tra sfera del linguaggio e della predicazione e sfera dell’essere non è affatto scontata nella storia della filosofia; anzi, l’unità onto-logico-linguistica è un tratto distintivo delle visioni metafisiche platonico-aristoteliche che non sempre è presente in altre concezioni del mondo, tanto dell’antichità quanto delle epoche posteriori.

Infine, mi sembra si possa affermare che una qualche gerarchia metafisica delle qualità sia piuttosto alla base della concezione predicativa aristotelica piuttosto che dedotta da esse. Un tale discorso va oltre quanto detto nel trattato delle Categorie e comprende la più generale visione della definizione del filosofo. All’interno della divisione in generi e specie della sostanza è possibile dedurre, infatti, da regole puramente logiche la distinzione tra qualità che definiscono la sostanza – alterum facientes, verrà detto nei commenti posteriori – e qualità che non la definiscono e rientrano nel predicabile della proprietà o dell’accidente?

Se certamente alcune considerazioni logiche possono escludere certi tipi di qualità per relegarli nell’accidente, (penso ad esempio alla regola per cui l’accidente è ciò che può essere rimosso senza la “distruzione del soggetto” , regola che pure ha una portata ontologica), è peraltro vero che tali regole non riescono a restringere sufficientemente il campo e a giustificare il fatto che, all’interno delle qualità che dal punto di vista strettamente logico-semantico presentano caratteristiche simili, alcune e non altre vengano considerate “qualità definienti la sostanza”. Sembra che, ad esempio, una qualche definizione di uomo sia presupposta piuttosto che dedotta nel decidere quali caratteristiche lo rendono tale e rientrano nel discorso definitorio vero e proprio e quali, invece, sono proprietà o accidenti inseparabili. Uomo si potrebbe definire altrettanto correttamente – da un punto di vista strettamente logico, beninteso – come animale capace di ridere piuttosto che con animale razionale.

Tirando le somme, nelle opere aristoteliche spesso non si può dire nettamente se è la metafisica a determinare una certa impalcatura logica o se è piuttosto la visione ontologica ad essere dedotta grazie alle regole date allo strumento, alla capacità di classificare correttamente i predicati e di trarre deduzioni valide.  Senza dubbio i due aspetti sono compresenti – la metafisica aristotelica si regge in buona parte su considerazioni e analisi tratte dalla logica, ma è allo stesso tempo vero che, come ho cercato di mostrare, alcune di queste analisi hanno in sè portata ontologica più che linguistica, oppure in qualche modo presuppongono un’ontologia sia pure implicita. Rilievi metafisici e logici si susseguono senza distinzioni nette e dando forse a volte l’impressione di una certa fusione dei piani; essi convergono, comunque, nel costituire una visione unitaria e complessivamente solida e ben fondata – il che è più di quanto si possa dire nel caso di molte filosofie posteriori, che pure presentano una distinzione metodologica e dei piani di analisi più netta e precisa. La divisione “orizzontale” (sia pure con una convergenza verso la sostanza) che le Categorie applicano alla realtà ed alle predicazioni si interseca, poi, con quella “verticale” data dai predicabili: generi, definizione, proprietà e accidente. Posteriormente essi diventeranno genere, differenza, specie, proprio e accidente e verranno complessivamente definiti i “cinque universali”.

A controprova dello stretto legame tra metafisica e logica nella categorizzazione aristotelica, già Porfirio ci segnala la presenza di un dibattito riguardo lo statuto d’essere di tali universali: se essi abbiano un’esistenza extramentale o meno, e come essa eventualmente si qualifichi.

Tale questione nel medioevo diventerà la disputa sugli universali; vari autori di logica proveranno a sciogliere tale nodo, e ciascuno facendo valere insieme ragioni strettamente logico-deduttive quanto più basilari istanze metafisiche o teologiche (la soluzione di Ockham, ad esempio, risente fortemente della sua ontologia degli individui; ed egli stesso non esita ad avanzare argomentazioni di ordine teologico, sia pur risolte secondo una rigida consequenzialità deduttiva).

Senza affrontare singolarmente le opinioni dei singoli autori, notiamo che essa ha rilievo metafisico perché chiama in ballo questioni come:

a) la distinzione tra mentale ed extramentale

b) la distinzione tra oggettività e soggettività, non solo in senso conoscitivo ma anche nel senso in cui tale distinzione determina la natura in sè dei contenuti di pensiero

c) differenti concezioni di cosa rientri nel campo dell’esistente.

2) Il principio di non contraddizione e le sue conseguenze.

C’è, tuttavia, un punto chiave nella filosofia di Aristotele in cui logica e metafisica vanno di pari passo non per una confusione dei piani, ma perché entrambe vengono generate dallo stesso principio – che è dunque genuinamente e indistintamente tanto logico quanto metafisico. Parlo del principio di non contraddizione. La trattazione dello stesso supera l’ambito delle Categorie pur essendovi operativamente contenuto, sia pure senza una trattazione esplicita della differenza tra contrari e contraddittori. Il principio di non contraddizione, infatti, è strettamente legato tanto al principio di identità quanto ai principi di bivalenza e di terzo escluso, che insieme fondano gran parte dei sistemi logici pensati fino ai giorni nostri. Dal punto di vista logico, esso dà una regola basilare tanto per la predicazione quanto per la verifica della validità delle inferenze. Non si può, in effetti, predicare due proprietà contraddittorie di uno stesso ente, nello stesso momento e sotto lo stesso aspetto, pena la perdita di significato della proposizione stessa.

Dal punto di vista ontologico, esso rimanda a:

a) la determinatezza delle qualità. Ci dice che non si dà, non si può dare un miscuglio indistinto di proprietà indifferenziate. Per uno stesso ente, in un determinato momento e sotto un determinato aspetto deve darsi o l’una proprietà o l’altra.

b) il primato del sostrato sulle relazioni e sulle proprietà. Le contraddizioni possono in effetti darsi, nella realtà, ma non nello stesso lasso di tempo e non nella stessa prospettiva. Ciò che può accoglierle in momenti differenti perché permane nel corso del tempo e non si esaurisce nella singola prospettiva da cui lo si guarda in un certo contesto, è proprio il sostrato.

La portata ontologica di tale principio è già abbastanza evidente di per sé, dato che enuncia un principio secondo cui di fatto si articola ogni esperienza possibile; per rafforzare queste considerazioni senza uscire troppo dal filo conduttore del nostro discorso, basterà aggiungere brevemente che chiunque abbia voluto portare avanti, invece, una metafisica delle relazioni o dell’indistinzione ha sempre posto tale principio tra i suoi principali riferimenti polemici. Nel caso di tale principio, per concludere, non sembra esserci un’indistinzione di piani o un semplice miscuglio di considerazioni metafisiche e logiche. In esso, piuttosto, tanto l’ontologia quanto la logica sembrano presenti nel loro stato più puro e a pari titolo. Il principio di non contraddizione, a mio avviso, è dunque insieme la fonte ed la pietra d’angolo che, scandendo ogni nostra possibile esperienza, genera tanto lo studio della logica, dello strumento con il quale analizziamo la realtà e compiamo inferenze, quanto le nostre possibili esperienze del reale.

1Aristotele, Categorie 2b

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Article by: Aaron Allegra

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