Leviatano - Copertina

Potere e stato di natura: Hobbes e la tragedia

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In un famoso passo del Leviatano, Hobbes, considerando gli uomini come dei potenziali criminali, spiega la necessità di un potere assoluto che crei ordine:

[…] gli uomini non traggono piacere dalla compagnia reciproca, ma al contrario molta molestia, se non c’è un potere capace di tenerli tutti in soggezione. Ognuno infatti si preoccupa che il suo compagno lo valuti come egli valuta se stesso; e ad ogni segno di disprezzo o di sottovalutazione, per natura si sforza, fin dove osa (cioè, fra uomini privi di un potere comune che li tenga tranquilli, fino alla distruzione reciproca), di estorcere una più alta valutazione di sé da chi lo disprezza con la vendetta; e dagli altri con l’esempio.

Quindi nella natura dell’uomo troviamo tre cause principali di contesa: in primo luogo, la competizione; in secondo luogo, la diffidenza; in terzo luogo, la gloria. La prima porta gli uomini ad aggredirsi per acquistare possesso, la seconda per la sicurezza, la terza per la reputazione. Nel primo caso essi ricorrono alla violenza per impadronirsi delle persone, delle donne, dei figli e del bestiame di altri uomini; nel secondo, per difenderli; nel terzo, per delle sciocchezze come una parola, un sorriso, una divergenza d’opinione o qualche altro segno di sottovalutazione rivolto alla loro persona sia direttamente sia indirettamente (cioè, alla loro stirpe, ai loro amici, nazione, professione o nome). [T. Hobbes, Leviatano, Roma, 2003, p. 72]

Chi detiene il potere assoluto, nella concezione hobbesiana, non è tenuto all’obbedienza e diventa l’unico soggetto legalizzato a compiere quelle vendette e operazioni di giustizia che possano tutelare la sua onorabilità. Al contempo, in una sorta di specchio rovesciato, in un regime dove vige l’ordine, la condizione innata che porterebbe all’anarchia e alla guerra di tutti contro tutti, viene sistematicamente capovolta e annientata. Ne è un esempio l’Antigone sofoclea. Il contesto è noto: due fratelli si sono uccisi vicendevolmente ma il signore di Tebe, Creonte, decide che uno solo, Eteocle, che ha combattuto dalla sua parte, è l’eroe meritevole della sepoltura, al traditore, Polinice, nessun onore va attribuito. Il memento del cadavere insepolto del traditore, nel mondo perverso e rovesciato della distorta psiche del tiranno, diventa una specie di totem, la cui rimozione costituisce un’infrazione, un tabù che potrebbe mandare in frantumi l’edificio autoritario sul quale poggia il consenso estorto da un potere debole ed isolato.Significativa, in tal senso, è la penosa scena in cui la guardia, avanzando trafelata e timorosa, pietisce la compassione del diffidente tiranno, raccontando che il cadavere è sparito e che le sentinelle (di fatto, nella tirannide, gli schiavi del padrone), in un autentico clima di caccia alle streghe, si sono reciprocamente accusate del crimine commesso: la tirannide fa perdere i valori dell’umana fiducia e tiene i cittadini sotto la scure di un perenne stato di colpa (vv. 259-67):

allora cominciarono a volare parole grosse: una guardia accusava l’altra, e stavamo per venire alle mani, anche perché nessuno ci avrebbe separati. Ciascuno di noi era per gli altri il solo colpevole, ma nessuno confessava, anzi tutti si dichiaravano all’oscuro del fatto. Eravamo pronti a impugnare ferri roventi, a passare attraverso il fuoco, a giurare per gli dei di non avere commesso il crimine e neppure di essere complici di chi lo aveva progettato o di chi lo aveva realizzato.

Pietosamente, il coro ritiene che l’azione sia frutto della volontà divina (vv. 278-9, theelaton ergon), ma Creonte, immediatamente iroso (morbosa consuetudine tirannica) prima si scaglia, terrorizzandolo, contro il coro (vv. 280-1) poi ritiene che gli dei non possano onorare i malvagi e significativamente, interpreta la sepoltura come un attacco al suo potere (vv. 289-92):

ma già da tempo uomini di questa città, insofferenti al mio comando, levano contro di me queste proteste: nell’ombra scuotono la testa e non piegano il collo sotto il giogo, come sarebbe giusto, ma rifiutano di sottomettersi a me.

Questa dichiarazione è emblematica della tirannia, mal sopportata, del personaggio Creonte, già compromesso da tempo nella gestione del potere e sospettoso di ogni possibile attacco o critica alla sua persona: è tipico del dispotismo assoluto misurare tutto in funzione degli interessi del padrone che usa mezzi e uomini dello Stato per tutelare il proprio tornaconto; è proprio del tiranno, abile attore demagogico, trasformare i propri interessi, in conflitto con quelli dello Stato, in interessi di tutti, assoldando guardie pronte a tutelare servilmente l’integrità dei decreti. Dalla tragedia scaturisce l’inquietante paradosso complementare insito nel potere (assoluto): alla pienezza della epifania del potere (soprattutto di quello tirannico) corrisponde il vuoto della servitù volontaria, cioè l’impotenza, la rinuncia alla libertà.

L’eccesso di squilibrio causato dalla radicata volontà di potenza del tiranno, trova la sua miserabile legittimazione nella paura servile delle guardie che, nel loro sentirsi in colpa, rendono automaticamente innocente, il perfido ordine di Creonte. Attraverso la zelante fedeltà delle milizie servili, il potere di Creonte si irrobustisce ed assume una connotazione legale: la storia, mattatoio del genere umano, ha dimostrato l’universalità di questo «principio», infatti, la degenerazione tirannica, che è insita nel potere, ed il pronto servilismo di quanti, mettono da parte la coscienza, col pretesto di eseguire ordini imposti dall’alto, hanno «legalmente» compiuto e compiono misfatti.

Dalla tragedia si evince che non è l’egoismo, il parametro distintivo dell’umanità, bensì il servilismo cinico ed utilitaristicamente incosciente di molti su cui si basa la tirannia del potere: tanto più è diffusa la tendenza acritica al servilismo, tanto maggiori risultano le possibilità di instaurare una tirannide, a cui i cittadini degradati a sudditi, demandano ogni scelta. Nella tragedia sofoclea, la condotta del tiranno appare sconfitta e sul piano politico e su quello etico. Il servilismo innalzato a pedagogia, appariva agli occhi dei «liberi» Ateniesi (che anche retoricamente esaltavano a teatro, il mito della libertà e della dignità dell’uomo) come un’inaccettabile e snaturata malattia (deviazione) del Potere che si fa tirannide.

Hobbes sa che deve fare i conti con maestri e filosofi (il fulcro della cultura occidentale) molto persuasivi ed ecco che nel Leviatano, ritorna alla carica esaltando il valore della monarchia (che suona molto meglio ed è più digeribile di tirannide), lanciando una frecciata contro il sistema pedagogico classico: In queste parti occidentali del mondo siamo soliti ricevere le nostre opinioni sull’istituzione e i diritti dello stato, da Aristotele, Cicerone, e altri greci e romani che, vivendo sotto Stati popolari, non derivarono quei diritti dai princìpi di natura, ma li trascrissero nei loro libri traendoli dalla pratica dei loro Stati, che erano popolari, così come i grammatici descrivono le regole del linguaggio a partire dalla pratica del loro tempo, o le regole della poesia, dai poemi di Omero e di Virgilio. E poiché si insegnava agli Ateniesi (per trattenerli dal desiderare un mutamento di governo) che essi erano uomini liberi, mentre tutti coloro che vivevano sotto la monarchia erano schiavi, Aristotele stabilisce nella Politica (I, 6, 2) che il presupposto della democrazia è la libertà, tanto che si dice comunemente che nessuno è libero in un’altra forma di governo. E come Aristotele, così Cicerone e altri autori hanno fondato la loro dottrina civile sull’opinione dei Romani cui si insegnò ad odiare la monarchia, prima, da parte di coloro che, dopo avere deposto il sovrano, si divisero la sovranità di Roma, e in seguito, da parte dei successori di costoro. E’ grazie alla letteratura di questi autori greci e latini gli uomini acquistarono fin dall’infanzia l’abitudine di favorire, sotto una falsa apparenza di libertà, i tumulti e l’arbitrario controllo dei sovrani; e poi il controllo di chi effettua vari controlli, con grande spargimento di sangue. E credo di potere affermare con verità che nulla fu mai acquistato a caro prezzo, come, in queste parti occidentali, la conoscenza del greco e del latino. (op. cit. pp 138-9)

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Enrico Donato

Article by: Enrico Donato

Classe 1991, Palermo. Sto scrivendo la mia tesi magistrale in Filosofia presso Università di Pisa. Gestisco farefilosofia.it dal 2012. Vorrei avere più tempo per suonare tanto jazz.

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