Presocratici - Arte contemporanea

Prima di Socrate: la filosofia dei presocratici

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Tornare agli albori della filosofia significa innanzitutto addentrarsi in una realtà geopolitica variegata: la realtà della Grecia e delle sue colonie intorno al VII sec. a. C. La vita politica e sociale delle poleis era governata da una classe aristocratica fondata sulla forza e sul possesso terriero, tuttavia fu proprio in questo periodo che prese avvio un processo di democratizzazione, seppur discontinuo e segnato da frequenti alternanze di regime. Soprattutto nelle colonie (Magna Grecia e Asia Minore) era possibile toccare con mano questa sorta di fluidità sociale, il che contribuì parecchio allo sviluppo di società più aperte, più dinamiche e con una fervente dimensione intellettuale.

Col termine “filosofi” ci riferiamo a uomini che iniziano a porre il mondo e l’esistenza sotto indagine razionale, facendosi cioè carico in prima persona di un’interrogazione e affinando continuamente le proprie risposte. I loro primi passi si rivolsero in modo predominante alla natura.

Solo con l’avvento di Socrate, nel V sec. a. C., il baricentro venne spostato sull’uomo. Pertanto i presocratici condividono questa domanda: considerando la natura, la physis, come totalità in continua trasformazione, cosa le ha dato origine? In altre parole, si tratta di individuare l’archè, il principio elementare da cui tutta la realtà dipende.

Possiamo suddividere i presocratici in 5 gruppi:

1) I filosofi di Mileto

Nell’ordine sono Talete, il suo allievo Anassimandro e Anassimene, allievo di quest’ultimo. Talete è considerato il primo filosofo della storia e per lui l’acqua costituisce l’archè, poiché osserva che la vita sorge in presenza dell’umido. Anassimandro invece teorizza l’esistenza dell’àpeiron, un principio infinito e indeterminato dal quale le cose si distaccano e assumono differenti caratteristiche. La nascita è quindi separazione da un’unità primordiale. Anassimene osserva che l’aria è elemento più mobile e più docile alle trasformazioni, nonché legato alla respirazione, per cui è il principio originario.

2) I pitagorici

Moneta pitagoricaIl pitagorismo, oltre a essere una corrente di pensiero, si presenta come movimento religioso, influenzato da culti misterici, votato alla vita in comune e all’esercizio della vita sia attiva (politica) che contemplativa. La figura di Pitagora è quasi totalmente avvolta nella leggenda. Secondo tale prospettiva, l’archè è costituito dal numero. Dobbiamo però intenderlo non come entità astratta, ma al contrario come sostanza inerente alle cose, dotata di una spazialità fisica. Infatti, l’essere numerabile è caratteristica di tutte le cose, anche di concetti (Es. il 2 per la donna, il 3 per l’uomo, i numeri quadrati per la giustizia). Conoscere i numeri significa inoltre conoscere le leggi matematiche che regolano il cosmo tramite rapporti proporzionati e rivelano l’armonia, nonché l’intrinseca bontà, del tutto. Laddove c’è il caos, il numero interviene come agente di delimitazione, generando in tal modo la realtà. La conoscenza è un cammino di purificazione per l’anima, imprigionata nel corpo e destinata a trasmigrare in corpi sempre diversi nell’ora della morte. Celebre per i suoi frammenti che gli sono valsi il titolo di “Oscuro”, Eraclito di Efeso ricorre spesso alle immagini del fuoco e del fiume quando parla del principio ordinatore. Potrebbe sembrare una trattazione analoga ai milesi, tuttavia non è così. Fuoco e fiume rimangono per l’appunto immagini metaforiche che alludono agli aspetti fondamentali del reale: conflitto (pòlemos) e divenire. L’universo è un continuo alternarsi di stati opposti (giorno/notte, vita/morte,…) e di elementi contrari che scontrandosi si determinano a vicenda. Pertanto il conflitto è quell’unità armonica e divina di forze opposte che possiamo scovare riflettendo sulla realtà sensibile, la quale altrimenti sarebbe solo un “tutto scorre” disordinato e senza senso.

4) Gli eleati

Le radici dell’odierna ontologia derivano proprio da Parmenide, colui il quale introdusse per la prima volta il concetto di “essere”. Nel suo poema, Parmenide narra di trovarsi al cospetto di una dea la quale gli presenta due vie diametralmente opposte, quella dell’essere e quella del non essere. Fuor di metafora, la ricerca della Verità deve compiersi attraverso la prima via, poiché deve raggiungere qualcosa di puro e stabile. L’essere è dunque immobile, eterno e incorruttibile, perché solo così può essere pensato e conosciuto. La realtà quotidiana è invece quella del divenire, cioè in balia del non essere, così come viene percepita dai comuni mortali, i quali vivono nell’inganno dei sensi: non la dimensione della Verità (alétheia) bensì dell’opinione (doxa). Tra i suoi allievi, è doveroso ricordare Zenone, divenuto celebre per i suoi paradossi finalizzati a difendere le due principali asserzioni del maestro, ovvero la staticità e unità dell’essere. Aristotele lo riconobbe come inventore della dialettica.

5) I pluralisti (Empedocle, Anassagora e Democrito)

Si può dire che tale corrente nasca come reazione alla svalutazione parmenidea nei confronti della realtà sensibile. L’obiettivo dei pluralisti è quindi risanare la frattura tra mondo vero e mondo fenomenico, ammettendo l’esistenza di una pluralità di principi, in modo tale da poter spiegare razionalmente le molteplicità e diversità dei fenomeni. Empedocle individua 4 principi: terra, acqua, aria e fuoco. il loro aggregarsi e disgregarsi, a causa di due forze naturali che egli chiama “amicizia” e “inimicizia”, genera la realtà. Anassagora teorizza l’esistenza delle “omeomerie”, semi primordiali infinitesimali. Le cose sono composti di questi semi e si differenziano in base alla prevalenza quantitativa di un seme sugli altri (le omeomerie, in sé, non hanno qualità). Causa ordinatrice che compone il tutto è il noùs, l’Intelletto. Democrito getta le basi dell’atomismo, formulando una teoria che vede l’universo come un’aggregazione di elementi primi indivisibili (à-tomi, in-divisi per l’appunto) che si distinguono per forma, ordine e posizione. Egli pone gli atomi in uno spazio originario vuoto, dove possano cioè muoversi liberamente e in tal modo unirsi senza un fine prestabilito: il mondo che dipinge è meccanicistico e privo di Provvidenza. Inoltre, perché non ammettere un’infinità di altri mondi, dato che le combinazioni atomiche stesse sono infinite?

[Consulta anche la voce della SEP sui presocratici]

 

Category: Lezioni

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Article by: Luca Volpi

Nato il 4/12/92, vivo a Capriolo, ridente (?) paese della provincia di Brescia. Ho studiato filosofia a Milano nella speranza di percorrere le orme dei grandi, da Platone a Kant, passando per Nietzsche fino alla D'Urso. No in realtà vorrei semplicemente guadagnarmi da vivere scrivendo, uno dei tanti che nutrono ancora fiducia nel valore della cultura. Filosoficamente oscillo tra la prospettiva del "tutto è uno schifo" e del " non è così male"

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