Popper e Kuhn

Thomas Kuhn: scienza, teorie e progresso

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Critica a Popper

Ci concentreremo da un lato su quello che Kuhn stesso ci dice del suo rapporto con Popper, dall’altro dovremo talvolta abbandonare il punto di vista dell’autore per compiere una lettura che ascolti anche la campana popperiana.

Per la verità Kuhn stesso ci comunica il suo accordo con Popper su diversi punti importanti quali il valore della tradizione, la visione non cumulativa del procedere scientifico, l’ opposizione al positivismo classico e all’utopia di un linguaggio osservativo neutrale, il riferimento della teoria a oggetti “reali”. Una volta saggiata questa concordanza – e pure la stima che Kuhn nutre nei confronti di Popper, verso il quale ha certamente un “debito intellettuale” – Kuhn stesso sente l’esigenza di chiarire una volta per tutte le differenze della sua posizione: non gli va bene che La struttura delle rivoluzioni scientifiche venga assimilata come una brillante conferma delle tesi di Logica della scoperta scientifica. Ed è adesso che viene meglio esplicitata la divergenza tra Kuhn e Popper: i popperiani (e Popper stesso) leggono La struttura delle rivoluzioni scientifiche con un “diverso orientamento gestaltico”; l’accenno alla psicologia della Gestalt viene chiarito subito dopo:

Le nostre intenzioni sono spesso del tutto differenti quando diciamo le stesse cose (…), come posso persuadere Popper (…) che ciò che lui chiama anitra può esser visto come un coniglio?

Kuhn manifesta, da un lato, la difficoltà di venir inteso da un uditorio intriso di schemi concettuali deformanti, dall’altro, quella di “trascinare a sé”, condurre nella propria forma concettuale, i lettori. Queste due facce della stessa medaglia mettono in luce la parziale incomunicabilità tra teorie, un tema importante. Come fare? È possibile mostrare le divergenze illustrando l’uso ambiguo di alcune locuzioni contenute nell’opera di Popper. Addentrandoci nell’analisi di Kuhn, la prima differenza emerge dal significato del “controllo” di una teoria; Popper scrive che

Uno scienziato teorico o sperimentale produce asserzioni o sistemi di asserzioni e li controlla passo per passo. Nel campo delle scienze empiriche, più in particolare, costruisce ipotesi, o sistemi di teorie, e li controlla confrontandoli con l’esperienza mediante l’osservazione e l’esperimento.

“Controllo” qui e altrove, per Popper, significa corroborare (o falsificare) un’asserzione mediante il ricorso all’esperienza. L’ambiguità di questa espressione sta nel fatto che il controllo, per Kuhn, deve sempre premettere un insieme di regole condivise che fungano da base per il test stesso.

È la scienza normale che scopre sia i punti da controllare sia le modalità del controllo

Chiariamo. Più volte Kuhn dice che se uno scienziato dovesse abbandonare una teoria al primo esperimento falsificante, egli dovrebbe abbandonarle tutte. Quando perciò Popper dice che i passi avanti della scienza sperimentale avvengono “per rovesciamento rivoluzionario di una teoria che viene sostituita da una teoria migliore” commette un errore, poiché i test falsificanti cui allude riguardano l’attività scientifica “soltanto in modo saltuario e in circostanze del tutto particolari”; infatti il discorso sui fondamenti è l’eccezione della scienza che «riappare solo in momenti di crisi quando le basi sono in pericolo».

Qui è in gioco il ruolo dello scienziato. Popper sostiene che l’attività principale dello scienziato sia quella del “controllore severo” delle famose “teorie su palafitte”, Kuhn apre il discorso verso un altro aspetto: lo scienziato, anche quando falsifica e “rivoluziona”, fonda la sua indagine su un insieme di regole che fanno parte della scienza “normale”. Il contesto del controllo viene ancorato alla scienza “normale”, che andremo via via componendo nei suoi aspetti caratteristici. Questo “ancoraggio” fa sì che né in metafisica né riguardo teorie scientifiche “il controllo può giocare un ruolo del tutto decisivo”; per quanto severo quest’ultimo possa essere sarà sempre supportato da “una tradizione di soluzioni di rompicapo” che possiamo immaginare come la cornice entro cui si svolge il controllo stesso. Da qui alla critica del criterio di demarcazione di Popper tra scienza e pseudoscienza c‘è un passo; infatti benché gli esiti siano simili risulta diverso il modo di procedere al controllo. Esempio dell’astrologia: Per Popper l’astrologia non era scienza poiché non poteva essere falsificata, per Kuhn non era scienza perché il fallimento particolare non dà il via ad un rompicapo. Alla luce di ciò che è stato detto capiamo meglio qual è il ruolo dello scienziato (solutore di rompicapo). Il criterio di Popper, dice Kuhn, è assurdo: non si può escludere una disciplina dalle scienze per il modo in cui spiega i suoi fallimenti, poiché tentativi di spiegazione vengono usati anche in fisica chimica e astronomia in tempi critici [da notare che questa ingenuità del falsificazionismo sarà raddrizzata con la distinzione popperiana tra ipotesi ad hoc e ipotesi ausiliarie].

Una seconda critica parte dalla locuzione “possiamo imparare dagli errori” [mistakes], che Popper pone in apertura della Prefazione a Congetture e confutazioni. Noi possiamo effettivamente imparare dagli errori quando siamo in grado di isolarli e correggerli, dice Kuhn, e possiamo fare ciò grazie ad un gruppo che condivide certe regole. Dunque il significato primario, e più immediato, di errore consiste nell’ “incapacità di riconoscere le regole prestabilite che governano un’attività”, ma Popper non intende questo. Quando egli dice mistakes indica qualcosa di preciso, ossia gli sbagli che derivano da teorie scientifiche antiquate; “Imparare dagli errori” in Popper, coerentemente con la sua visione “rivoluzionaria” della scienza, esprime il rifiuto da parte della comunità scientifica di una teoria e la seguente sostituzione. Questo significato di errore può essere accettato solo in virtù del nostro “residuo induttivista” (una teoria falsa è il risultato di un errore nell‘induzione: quale errore è stato fatto nel giungere al dato sistema?), a ben vedere, dice Kuhn

nessun errore fu commesso nel giungere al sistema tolemaico, ed è perciò difficile per me capire cosa intenda Popper quando chiama errore quel sistema, o qualsiasi altra teoria superata

Un errore per Popper pregiudica la validità dell’intero sistema e può essere corretto soltanto con la sostituzione di esso; ma questo è solo un tipo marginale di errore, quello più diffuso è quello della scienza normale che lo isola e subito lo corregge lasciando intatto il resto: abbiamo un altro scorcio sulla scienza “normale” che va prendendo forma dalle critiche mosse a Popper.

La terza critica di Kuhn va a colpire il cuore dell’epistemologia di Popper, ovvero l’idea di “falsificazione”. L’impianto teorico della Logica della scoperta scientifica risulta ammirevole per diversi punti: l’asimmetria di una generalizzazione e la sua negazione, l’applicazione di questo truismo, ecc. Ma i termini usati per descrivere questa confutazione [refutation] o falsificazione [falsification] sono mutuati dalla logica e dalla matematica formale, mostrano la pretesa di assoluta apoditticità. La falsificazione di Popper, infatti, cos’ è se non una refutazione definitiva della teoria data? Kuhn pensa che non siamo di fronte ad una logica della scoperta, anzi suppone che

benché egualmente preziosa, sia un qualcosa del tutto diverso. Piuttosto che una logica Popper ha fornito un’ideologia; invece di regole metodologiche, ha dato massime procedurali.

Ogni teoria, secondo Popper, deve poter essere scomposta in tre elementi: conferme, falsificatori potenziali e background knowledge, così da poter ricavare la classe di tutte le conseguenze vere e la classe di quelle false. Dobbiamo ottenere la chiarificazione di tutte le implicazioni logiche della teoria;

Nessuno di questi compiti può tuttavia essere eseguito a meno che la teoria non sia pienamente articolata dal punto di vista logico e a meno che i termini con cui essa aderisce alla natura non siano sufficientemente definiti per determinare la loro applicabilità in ogni caso possibile. In pratica, tuttavia, nessuna teoria scientifica soddisfa queste rigorose richieste, e molti hanno sostenuto che una teoria cesserebbe di essere utile per la ricerca se lo facesse.

Pur trovando una teoria che sappia rispondere a queste esigenze, a causa della totale chiarificazione il suo valore empirico verrebbe azzerato. Continua affermando che

benché la logica sia uno strumento potente e in ultima analisi essenziale per l’indagine scientifica, si può avere una valida conoscenza in forme in cui la logica può difficilmente venir applicata. (…) Suggerirò che l’articolazione logica non ha valore di per sé, ma deve essere intraprese solo quando (…) le circostanze lo richiedono.

Esempio: Supponiamo che tutti i cigni che abbiamo effettivamente incontrato siano bianchi.

Ora, una volta fatta la generalizzazione [Tutti i cigni sono bianchi], che cosa fareste se vi imbatteste in un uccello nero che per tutto il resto assomiglia a un cigno?

Eseguiremmo le stesse operazioni di controllo (forma, funzioni, abitudini, ecc. dell’animale), sia che ci siamo impegnati nella generalizzazione “tutti i cigni sono bianchi”, sia che non l’abbiamo fatto. Anzi, la definizione di espone al rischio della falsificazione senza farci conoscere alcunché di nuovo: è controproducente cercare un criterio metodologico che suppone che lo scienziato possa specificare in anticipo se ogni esempio immaginabile si adatterà o falsificherà la teoria. La logica qui perde il suo valore, e la scelta tra l’assenso o il rifiuto ad una teoria, in seguito ad un dubbio empirico, non può – dice Kuhn – dipendere da alcun criterio meramente logico.

La quarta ed ultima critica (che è piuttosto un tentativo di conciliazione) si snoda sul tema della crescita scientifica e, per converso, della scelta tra diverse teorie da parte degli scienziati. Il problema in questione è quello dell’approssimazione alla verità: che valore hanno le generalizzazioni. Abbiamo visto trattando Popper quali problemi creava l’accettazione, pur come ideale regolativo, della verità come fine della scienza. Tutto questo unito al rifiuto di una psicologia della conoscenza portava ad illustrare un procedere scientifico in cui sembrava non ci fosse spazio per gli scienziati come individui. Kuhn invece recupera dei passi in cui Popper sembra voler fare spazio a qualcosa di diverso dalla logica e dall’esperimento, cioè delle massime procedurali, dei valori in embrione.

Benché insista dicendo di scrivere sulla logica della conoscenza, un ruolo essenziale nella sua metodologia è svolto da passi che io posso solo leggere come tentativo di inculcare imperativi morali nell’insieme dei membri del gruppo scientifico.

E conclude dicendo:

Il fatto che egli [Popper] (…) non li veda [n.d.a.: i passi in questione] mai per ciò che sono, ossia imperativi socio-psicologici, è un’ulteriore prova del diverso orientamento gestaltico che ancora ci divide profondamente.

Scienza “normale” e paradigmi

Adesso ci occuperemo della scienza normale e dei paradigmi. Già dalle critiche a Popper abbiamo visto emergere degli elementi interessanti, da cui prenderà il via la nostra discussione; Kuhn aveva sottolineato l’importanza di un tipo di errore che Popper non metteva in luce, l’errore che permette di estendere quanto più un dal suo stato embrionale ad uno più evoluto, poi aveva parlato del valore dei rompicapo – che mettono alla prova gli scienziati -, ed anche di un insieme di regole che guidano per un certo periodo di tempo l’attività scientifica. Questi aspetti ritornano nell’idea di scienza “normale” e di , per come ci vengono presentate già nel 1962 ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche. La scienza normale è il tipo di attività che più occupa gli scienziati; essa si presenta come una ricerca fondata su una tradizione di soluzioni di rompicapo, che guida per un certo periodo di tempo la comunità, i cui membri condividono un implicito insieme di “credenze metodologiche e teoretiche”. Queste fondamenta comuni vengono dette “paradigmi”, questo,

analogamente ad un verdetto giuridico accettato nel diritto comune, è lo strumento per una ulteriore articolazione e determinazione sotto nuove o più restrittive condizioni.

Il termine sarà definito meglio da Kuhn in opere successive, spinto dalle accuse di eccessiva vaghezza; Tramite un paradigma, che potremmo definire – con sufficiente approssimazione – come un programma stabile di ricerca, viene stabilita la priorità di un problema e, ancor prima, se un dato insieme di dati possa venir definito come un quesito: l’insieme dei rompicapo da risolvere e la loro urgenza dipende dall’orientamento scientifico. Tutta la comunità scientifica accetta queste regole che governano il gioco, queste restrizioni che possono essere raggruppate in tre tipi: leggi e teorie, modalità legittime (assunti strumentali), assunti metafisici e metodologici (entità esistenti); Da qui possiamo capire che la scienza normale ha come compito principale quello di estendere la conoscenza di quei fatti che il indica come rivelatori, “articolando ulteriormente il stesso”. Infatti la scienza normale “non mira a novità inattese”, molto spesso anzi conosce in anticipo cosa l’esperimento rivelerà. Il valore della riuscita non sta nella sua soluzione inaspettata, quanto piuttosto nell’

ottenere ciò che si è anticipato in un modo nuovo, e ciò richiede la soluzione di tutta una serie di complessi rompicapi strumentali, concettuali e matematici (…) [chiarisce cosa sono i rompicapo] i rompicapo sono (…) quella speciale categoria di problemi che possono servire a mettere a prova la ingegnosità o la abilità nel risolverli.

Lo scienziato è un solutore di rompicapi, ciò giustifica la sua devozione verso la ricerca. Dunque adesso abbiamo chiarito meglio cosa significa scienza “normale” – il procedere cumulativo della risoluzione di rompicapo entro delle regole prestabilite – ed anche “paradigma” – un programma di ricerca che restringe il campo della stessa. Ora dobbiamo capire meglio, dice Kuhn, come tutta la comunità scientifica possa condividere un paradigma. Per spiegarcelo viene introdotta una differenza fondamentale, che sarà quella che immediatamente spalancherà un immenso dibattito sul significato della ricerca scientifica.

le regole derivano dei paradigmi, ma i paradigmi possono guidare la ricerca anche in assenza di regole.

Cosa vuol dire che i paradigmi funzionano anche senza regole? Lo chiarisce subito dopo affermando che un comune non implica una condivisione di regole, cioè gli scienziati possono “essere d’accordo nella identificazione di un , senza essere d’accordo sulla sua interpretazione o razionalizzazione” di modo che dobbiamo cercare altrove il “collante” della comunità scientifica. Kuhn riutilizza qui un argomento esplicativo. Sebbene i singoli termini della ricerca possano essere variamente intesi, dice, vi è una “rete di rassomiglianze” (Wittgenstein) capace di determinare un insieme di caratteristiche comuni, la quale deriva dall’acquisizione di una comune letteratura scientifica (pedagogia) e dall’educazione (credenze e valori); per questo il precede il riconoscimento (spesso difficoltoso) di regole, la pratica scientifica “può essere intesa senza dovere ricorrere ad ipotetiche regole del gioco”. Capite che questa affermazione implica uno spostamento di baricentro forte dell’attività scientifica, infatti, le norme metodologiche acquistano anzitutto una validità intra-tica, e poi addirittura assumono il ruolo di valori che orientano, non più norme che prescrivono. Questo porta immediatamente il discorso sul campo della sua applicazione, ovvero quello della scelta tra teorie. Prima però dobbiamo velocemente prendere in considerazione il percorso che conduce al dover scegliere una teoria piuttosto che un’altra, cioè la scoperta. La natura di una scoperta, lungi dall’essere riducibile ad una proposizione del tipo “x è stato scoperto”, implica una serie complessa e molteplice di eventi che richiede il riconoscimento “di” qualcosa e la determinazione “di cosa” è. Tutto comincia con la presa di coscienza, all’interno del dato, di un’anomalia, che può terminare se la teoria viene riadattata a risponderne. Esempi: ossigeno (Priestley, Lavoisier), raggi X (Rontgen): molto spesso emergono dall’inaspettato manifestarsi di irregolarità rilevate dagli strumenti che si dimostrano “fuorviati”. Cambiamento sia dei procedimenti che delle aspettative. Esempio di riconoscimento dell’anomalia: carte da gioco, Kuhn dice che

la novità emerge soltanto con difficoltà, che si manifesta attraverso la resistenza, in contrasto con un sottofondo costituito dalla aspettazione

Qui è chiarissimo come, a differenza di Popper, la scoperta sia una stonatura, frutto del caso e del tutto eccezionale. Un cambiamento di gran lunga più radicale è dato dall’invenzione di nuove teorie, la quale, per il suo carattere distruttivo, richiede un periodo di profonda incertezza e confusione (flogisto>ossigeno).

In ciascun caso una nuova teoria emerse soltanto dopo un clamoroso fallimento dell’attività volta a risolvere problemi nell’ambito della scienza normale.

La “tensione essenziale” sta proprio in questo cambiamento difficoltoso e cruciale, non solo di teorie, ma di orientamenti di ricerca. L’autore scrive:

paradigmi successivi ci dicono cose differenti sugli oggetti che popolano l’universo e sul comportamento di tali oggetti

Cambiare significa davvero vedere cose “nuove”? Mondi differenti? “sebbene il mondo non cambi per un mutamento di , lo scienziato si trova poi a lavorare in un mondo differente”; questa affermazione crea difficoltà, il suo nucleo semantico rimanda al lavoro di interpretazione dei dati empirici secondo un “nuovo orientamento gestaltico” (Galileo – Aristotele), a differenza che nell’anitra-coniglio però non è possibile percepire lo slittamento di visione. Dunque siamo arrivati al punto che ci interessa:

Perché uno scienziato abbandona una teoria per un’altra? Abbiamo visto che il tentativo – sia dei neopositivisti che di Popper – di spiegare l’abbandono mediante criteri esclusivamente logico-confutativi è inadeguato, ovvero

la competizione tra paradigmi diversi non è una battaglia il cui esito possa essere deciso sulla base delle dimostrazioni;

In un dibattito sulla scelta fra le due teorie, né l’una né l’altra parte ha possibilità di impiegare un argomento che rassomigli a una dimostrazione nella logica o nella matematica formale,

cioè una conclusione necessaria da premesse disambiguate, giacché è sempre possibile una diversa interpretazione delle premesse e la tentazione di un linguaggio empirico puro resta un’utopia. In questo senso si parla di “tecniche di persuasione”, ovvero delle argomentazione efficaci per la conversione ad un nuovo , che hanno la pretesa di: 1) risolvere problemi che hanno portato il vecchio alla crisi; 2) agganciarsi alla sensibilità dell’individuo mediante “considerazioni estetiche” (es.: più elegante, più ampia, più semplice); 3) fiducia nella possibilità di realizzare le capacità del nuovo . Quindi vanno considerati anche i diversi “propositi e orientamenti” di ciascuno scienziato. Questo è quello che dice nel 1962, e che gli verrà duramente contestato; in particolare Imre Lakatos gli imputò di aver ridotto la scelta della teoria ad una faccenda di “psicologia delle masse”. Kuhn, in Oggettività, giudizio di valore e scelta della teoria e in  Critica e crescita della conoscenza scientifica , risponde alle obiezioni in maniera chiara e con uno spirito di conciliazione. Innanzi tutto è indubbio che vi siano requisiti essenziali per una buona teoria, cioè accuratezza (accordo con osservazioni, è il criterio fondamentale ma ha bisogno degli altri), coerenza (con se stessa, con le altre teorie), ampia prospettiva, semplicità, redditività (mostra nuove connessioni). Nemmeno questi però basterebbero a giustificare la scelta (ad esempio del sistema Copernicano su quello Tolemaico), dice Kuhn

quando gli scienziati devono scegliere tra teorie in concorrenza, due di loro completamente impegnati verso il medesimo elenco di criteri di scelta possono tuttavia giungere a conclusioni differenti

e questo perché applicano e intendono diversamente i criteri. Perciò entra in campo il singolo individuo, dato che “i canoni di scelta (…) non sono da soli sufficienti a determinare le decisioni dei singoli scienziati”, infatti a questa decisione partecipano, da un lato, le esperienze pregresse dello scienziato, dall’altro, i suoi valori e le sue credenze (così come su Keplero influirono neoplatonismo ed ermetismo), dall’altro ancora, le differenze individuali di personalità: originalità, conservatorismo, unificazione, ecc.

La mia tesi è che ogni scelta individuale tra teorie in competizione dipenda da un insieme di fattori soggettivi ed oggettivi o di criteri individuali e condivisi.

I detrattori della soggettività fanno ricorso alla distinzione tra contesto della scoperta e della giustificazione: la soggettività si limita alla scoperta, è irrilevante per provare e controllare l’oggettività della teoria. Loro, dice Kuhn, confondono la vera giustificazione di una teoria con la pedagogia [nel senso deteriore che assume in Kuhn], per la quale vi sono delle applicazioni della teoria esemplari, come ad esempio gli esperimenti cruciali, che “dimostrano”: essi tacciono però che queste esemplificazioni rappresentano soltanto una parte delle considerazioni sottoposte a decisione. Le considerazioni che i detrattori della soggettività rinchiudono nel contesto della scoperta invadono anche quello della giustificazione:

gli scienziati che condividono gli interessi e la sensibilità di coloro che scoprono una nuova teoria hanno ipso facto la possibilità di apparire con una frequenza sproporzionata tra i primi sostenitori della teoria.

In più possiamo sostenere che il rifiuto alla soggettività, vista come imperfezione nelle regole di scelta, sia un segnale di qualcosa che è essenziale nella pratica scientifica: l’inclusione di valori,

sto sostenendo, naturalmente, che i criteri di scelta con i quali ho iniziato non funzionano come regole, che impongono la scelta, ma come valori che la influenzano

Questo riconoscimento ha degli immediati vantaggi: 1) rivaluta la soggettività; 2) si concilia con i criteri standard, permettendo il confronto tra teorie rivali; 3) riesce a diluire il rischio che l’introduzione di novità comporta. A questo punto Kuhn sintetizza i nuovi nuclei concettuali in tre posizioni; l’invarianza dei valori, cioè il fatto che i criteri di scelta rimangono invariati nella transizione da una teoria all’altra (anche se la loro applicazione cambia); la rivalutazione della soggettività – e questo ci interessa particolarmente – che è il passo forse più importante. Soggettività, dice Kuhn, si contrappone tanto ad oggettività quanto ad avalutatività (in questo secondo senso la intende Kuhn, come istanza “valutativa”). Quando i critici accusano Kuhn di “psicologismo” leggono “soggettività” come “questione di gusto”, su cui non si può discutere più di tanto. “Se i miei critici introducono il termine “soggettivo” con un significato che lo oppone ad “inopinabile” [cioè come una preferenza di gusto] (…) essi hanno seriamente frainteso la mia posizione”. La condizione d’esistenza dell’oggettività sta proprio in quelli che vengono definiti i suoi limiti, ovvero i valori, esattamente per il motivo che fanno parte della fisiologia della scienza. I due contesti si sono inestricabilmente mescolati, la struttura della scienza appare molto più eterogenea e frastagliata, meno stabile ma forse più storicamente attendibile.

Tutti questi elementi possono aiutarci ad affrontare l’ultimo tema di oggi, ovvero il carattere del procedere scientifico. Il ruolo della storiografia scientifica, la storiografia dei manuali su cui si formano gli studenti, è una mezza verità. Perché? Perché mostra gli eventi da una luce tutta particolare. Facciamo un esempio. Quando si decide di abbandonare una teoria per un’altra si dice che la nuova “spiega di più” della prima, poiché il suo accordo con le osservazioni è maggiore. Però si tacciono i vantaggi – che spesso sono presenti – della precedente teoria, come avvenne nel caso del passaggio dal flogisto all’ossigeno. Allora, dice Kuhn, quegli elementi che possono essere letti come “precorrimenti” di qualche concezione ora accettata vengono salvaguardati, il resto dell’attività scientifica tradizionale viene messo da parte. Noi scegliamo retrospettivamente cosa è e cosa non è scienza, per una rassomiglianza con il nostro orientamento. Dunque dobbiamo esaminare il valore di questo progresso; innanzitutto perché il progresso è riservato unicamente a ciò che si dice “scienza”? Parte della risposta è semantica, cioè dipende dalla definizione che diamo di “scienza”. Parte riguarda le premesse e le conclusioni di un gruppo, ovvero il progresso è tale rispetto ad una comunità che condivide delle generalizzazioni, in breve “è soltanto durante i periodi di scienza ‘normale’ che il progresso sembra evidente e sicuro”; Questo progresso è direzionato ad un fine? Mira ad una verità? Non propriamente, dice Kuhn, infatti se è necessario descrivere un processo a partire da, non è d’obbligo un processo verso. l’abolizione di questo “tipo teleologico”, lungi dall’essere una forma di relativismo, è un affresco migliore della attività di ricerca. Il progresso della scienza non è una freccia unidirezionale, tanto più quando sappiamo che alla crescita della conoscenza s’affianca un progresso dell’ignoranza, giacché in un orizzonte teorico risposte e nuovi rompicapo si implicano e la risoluzione di un problema con l’accettazione di una nuova teoria spesso porta con sé numerose incognite.

Non è possibile, e addirittura probabile, che gli scienziati contemporanei sappiano meno di ciò che c’è da sapere sul loro mondo, di quanto sapevano gli scienziati del diciottesimo secolo?

La nozione di progresso presuppone allora una spiegazione d’ordine psicologico e sociologico:

deve consistere cioè in una descrizione di un sistema di valori, di un’ideologia insieme a un’analisi delle istituzioni attraverso cui quel sistema è trasmesso e rinforzato. Se conosciamo i valori degli scienziati, possiamo capire quali problemi essi intraprendono e quali scelte facciano in particolari circostanze di conflitto. Dubito che si possa trovare un altro tipo di risposta.

Questi valori sono gli stessi che abbiamo incontrato prima, quelli determinano l’andamento della “scienza normale” e la scelta fra teorie diverse. Abbiamo concluso quindi vedendo l’inserimento prepotente, potremmo dire, di questa nuova prospettiva che non è riducibile a formule logiche o dimostrazioni, e che è la prospettiva dei valori epistemici; questi guidano la scienza normale, orientano la scelta tra teorie permettendone il confronto, ci aiutano a concepire un’idea di progresso più storicamente affidabile.


 Un’ottima introduzione aggiornata alla Filosofia della scienza:

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Enrico Donato

Article by: Enrico Donato

Classe 1991, Palermo. Sto scrivendo la mia tesi magistrale in Filosofia presso Università di Pisa. Gestisco farefilosofia.it dal 2012. Vorrei avere più tempo per suonare tanto jazz.

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